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Aree rurali, per una politicita’ dei desideri

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La Sardegna è un insieme di territori con caratteristiche proprie, in cui convivono grandi opportunità e grandi rischi. Dovrebbe essere interesse di tutti, non solo di chi ci abita, tutelare queste aree e favorirne la resistenza, garantendo la qualità della vita economica e sociale. Per questo è necessario che siano governati e serviti come le città altrimenti non si blocca il processo di abbandono e sfruttamento. Invece la tendenza è sempre più quella di una razionalizzazione ragionieristica dei servizi, sulla base di un mero calcolo economico, senza nessuna visione di insieme e nessuna considerazione dei costi economici, sociali, ambientali, che si generano in tempi anche brevi e che sono ormai sotto gli occhi di tutti, benché ignorati.
Perché la Sardegna si salvi, è ormai indispensabile promuovere e sostenere specifiche attività di sviluppo locale, non solo economiche, ma anche (e forse soprattutto) culturali, attraverso la partecipazione, la solidarietà, la cittadinanza.
Il passaggio necessario è di tipo politico e culturale, intendendo con politico tutto ciò che ha a che fare con la cittadinanza e col vivere (in) un luogo. Occorre riconoscere che le persone sono il focus e che le persone vivono in luoghi di cui prendersi cura assieme alle persone stesse.
Bisogna avere consapevolezza del fatto che l’agire politico implica soggetti desideranti, implica la “capacità di aspirare”. Questa capacità viene da una direzione culturale ben precisa, non è una aspirazione individuale, è un mettersi insieme per la costruzione di destini comuni. Implica la costruzione di “gruppalità pensanti” in grado di generare desideri e di vedere al di là del proprio confine, in luoghi politici in cui si costruisca un immaginario sociale differente. Al di là della retorica della condivisione e della circolarità (sharing economy, car/bike sharing, riciclo) condivisone e circolarità (e circolazione) non sono riconosciute come diritto: basti pensare alle cose “piccole” come la difficoltà di spostamento all’interno della Sardegna, per arrivare alle cose “grandi” come il trattamento riservato ai migranti e la costruzione di muri.
Una costruzione positiva della comunità, del suo (auto)riconoscimento e della sua circolarità impedisce la chiusura su se stessa e la conseguente paura.
Solo una comunità forte e consapevole rifiuta il rancore e la contrapposizione ed è in grado di riconoscere in se stessa non solo gli aspetti positivi, ma anche quelli negativi.
Solo una comunità partecipante può prendere in mano il proprio presente per costruire il proprio futuro.
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I livelli di lettura della situazione delle aree interne della Sardegna, e della Sardegna tutta, possono essere diversi.
Ci sono specifiche attività economiche che possono essere praticate solo nelle aree rurali. Ovviamente l’agricoltura, e in modo particolare quel tipo di agricoltura che si può praticare in aree con caratteristiche peculiari. Per esempio l’orticoltura di montagna, la viticoltura sui terrazzamenti, ma anche tanto artigianato altamente specializzato, che vede ancora tantissime competenze (falegnami di altissimo livello, fabbri quasi artisti, oltre a tessitori/trici, panificatori, dolciai ….) utili anche in città e che permetterebbe l’emersione da situazioni di svantaggio dando lavoro e reddito.
Sostenere il recupero di competenze tecniche, opportunamente aggiornate, permette di ri-costruire filiere economiche e di rinsaldare un legame tra città e paesi, che si alimenta del reciproco riconoscimento e della reciproca utilità
Favorire gli aspetti culturali permette di prendere in mano il proprio destino, valorizzando storia, radici, valori sociali. Permette l’acquisizione di una consapevolezza del proprio “stare al mondo” e la capacità di diventare attori in casa propria. Favorire gli aspetti culturali implica in primo luogo impegnarsi, enti pubblici in primis, perché la scuola e lo studio siano il primo orizzonte dei ragazzi, perché la scuola diventi strumento reale di conoscenza di sé e di autopromozione. Occorre ripensare la scuola, nei suoi contenuti e nella sua organizzazione, riprendendo anche modelli che sono stati praticati da pochi e studiati da molti, come, per esempio, la scuola di Barbiana (. Occorre avere il coraggio e la forza di formare una classe insegnante realmente preparata ad affrontare questa sfida e di investire anche negli stipendi di chi questa sfida è disponibile a coglierla. Occorre ripensare i contenuti della scuola, portando la Sardegna al centro degli studi e dando gli strumenti perché da questo centro sia possibile raggiungere tutto il mondo.
Occorre, ancora, distaccarsi definitivamente dalla museificazione della cultura e delle tradizioni, vissute e rappresentate non per sé ma per gli altri, offerte allo sguardo straniero per giustificare il proprio esistere e il proprio essere “buoni”. E occorre liberarsi dalla trappole delle sagre o delle manifestazioni che valorizzano fintamente i paesi: Autunno in Barbagia e altre manifestazioni clonate in altre stagioni, sono solo occasioni per i “cittadini” per andare a mangiare cibo fintamente identitario e comprare liquori fatti in casa (!!!!) e artigianato spesso di dubbia qualità. Non hanno niente a che fare con una valorizzazione vera, anche perché la stragrande quantità degli espositori sono hobbisti. Solo un incontro vero tra città e paesi, basato sulle reciproche necessità e soprattutto sul reciproco riconoscimento, può dare frutti duraturi.
Occorre staccarsi dall’idea che tutto ciò che si pensa e si fa è in funzione di fantomatici turisti, perché chi vive nei paesi tutto l’anno ha bisogni diversi da chi ci passa (forse) una settimana.
Soprattutto la sopravvivenza dei paesi è legata a trasporti pubblici efficienti, di corto e lungo raggio, che permettano una reale mobilità di persone e merci. È legata alla possibilità di avere servizi sanitari immediatamente raggiungibili ed efficienti sia per i malati sia per i loro familiari. È legata alla presenza di servizi postali e bancari, di servizi per i bambini e gli anziani.
In Sardegna esiste una rete di trasporti pubblici ridicola e costosa, affiancata da una rete capillare di trasportatori privati, rete comunque non sufficiente. Pubblico e privato possono e devono convivere, ma soprattutto devono garantire lo spostamento sia delle persone sia delle merci. Il trasportatore privato, ma anche il pullman pubblico, devono poter portare anche 2 kg di dolci per il ristorante o due forme di formaggio per il negozio. Anche questo permette a chi vive nei paesi di lavorare e di guadagnare del proprio lavoro.
Su tutto però è necessario sostenere l’assunzione di responsabilità per perseguire il bene comune, assunzione di responsabilità che non può essere solo di chi vive nei paesi o li amministra, ma che deve essere in capo all’intera popolazione sarda e all’amministrazione regionale. I privati possono fare molto, ma senza la garanzia pubblica dei servizi di base tutti gli sforzi saranno vani. E soprattutto senza la presa d’atto del fatto che oltre la SS554 non ci sono i leoni, ma c’è l’intera Sardegna. È gravissimo che l’idea stereotipata e musealizzata delle zone rurali sia così radicata nella testa dei politici regionali da leggere le dichiarazioni di un assessore secondo cui Autunno in Barbagia è un esempio positivo per combattere lo spopolamento!
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Manca la consapevolezza che il territorio è un bene comune e senza questa consapevolezza non si può sostenere un percorso di recupero e rinascita. È un percorso che deve prevedere un progetto comune e condiviso (non nel senso che viene raccontato alla comunità, ma nel senso che viene agito dalla comunità) e tale percorso deve coinvolgere tutti i sardi.
Senza un tale progetto, senza coesione e fiducia reciproca, nessun intervento esterno può produrre effetti reali.
Secondo l’agenzia Nazionale per la Coesione Territoriale, la definizione generale di Aree interne quali “quella parte maggioritaria del territorio italiano caratterizzata dalla significativa distanza dai centri di offerta di servizi essenziali” non si presta a un’identificazione univoca e centrale dei confini territoriali di riferimento: cosa sia “significativo” e quali sono i “servizi essenziali” non può che appartenere alla valutazione collettiva dei cittadini che vivono in tali aree.” Quindi non si vive in aree interne e marginali perché c’è una definizione e un parametro, ma perché i cittadini valutano la loro situazione e riconoscono la loro marginalità. Vivere in un’area marginale fa sentire marginali. Quindi mettere una buona parte della popolazione sarda in questa condizione significa pensarla e trattarla come marginale.
Eppure esistono economie nuove che trovano in questi territori distanti risorse, spazio, opportunità (turismo esperienziale, produzioni creative e artigianali, economie culturali, innovative forme di agricoltura, economie culturali, nuove forme di vita e comunitarie) tutte possibili solo lontano dalle aree metropolitane. E siccome vivere in un paese può essere anche molto bello, potrebbe essere possibile, per chi ha un lavoro slegato da un luogo fisico, sceglierlo come suo luogo di residenza. Sono molte le professioni intellettuali che possono essere svolte ovunque (scrittori, sviluppatori web, editor), ma tutte hanno in comune la necessità del collegamento col mondo. Che significa una rete internet e telefonica veloce ed efficiente, una infrastruttura che potrebbe favorire il trasferimento nei nostri paesi di persone nuove che, tra l’altro, potrebbero portare una importante innovazione culturale e sociale. Ma anche le aziende esistenti hanno bisogno di una rete internet e telefonica efficiente. Molte sono quelle che lavorano ancora solo col fax come strumento massimamente innovativo, che hanno un sito “morto” e non utilizzato, che non usano la posta elettronica e quella indispensabile, come la PEC, la legge il consulente, ma sono anche molte quelle che questi mezzi li userebbero di più e meglio, se potessero. Semplificare la vita alle azienda non significa solo semplificazione burocratica, ma anche possibilità di utilizzare mezzi più efficaci ed efficienti.

È ancora il paesaggio, quello che, con l’avvio dei programmi LEADER, l’Unione Europea considera uno degli elementi caratteristici delle zone rurali. Abbandonando letture estetiche e naturalistiche, considerandolo prodotto storico in cui si può leggere la storia dei luoghi, è esso stesso elemento costitutivo dell’identità. Non può esistere una comunità senza il paesaggio che ha generato e che l’ha, viceversa, modellata. E benché riferibile direttamente alla “sua” comunità esso è, contemporaneamente, un bene comune di tutta l’isola: il passaggio da “bene identitario” di una singola comunità a “bene comune” di tutta l’isola segna la fine della separazione tra città e paesi. Definire l’obiettivo della rinascita dei paesi contemporaneamente a quello dell’autodeterminazione della Sardegna attraverso le forme fortemente democratiche della gestione del territorio in quanto bene comune, e’ un passaggio essenziale per capire che lo sviluppo locale, lungi dall’essere un fatto campanilistico e, talvolta, folcloristico, può e deve essere agito in rete, ciascuno con la propria specificità, ma come percorso comune e desiderio di tutta l’isola L’abbandono del territorio, non solo quello fisico legato al ritrarsi dell’agricoltura, ma anche quello politico, come elemento costitutivo dell’identità, ha portato all’idea che possa essere destinato ad altro/i, che possa essere svenduto per fare un po’ di soldi, a chi di soldi ne farà molti alle nostre spalle. Il paesaggio non è più parte di noi, ma sempre più strumento di produzione di reddito. Considerando che un reddito, però in qualche modo bisogna crearlo, è sempre più urgente definire una politica di gestione del paesaggio e del territorio che questo reddito lo crei per le comunità di riferimento e non per pochi speculatori senza scrupoli. Il considerare il paesaggio un bene comune implica, necessariamente, un’assunzione diretta di responsabilità. È proprio la responsabilità a fare di un bene un bene comune e a generare il desiderio della sua gestione. Questo meccanismo deriva dalla consapevolezza che l’uso e la simbolicità del bene sono più importanti della proprietà e a sua volta produce la necessità di una gestione condivisa.
I grandi processi storici, i flussi, impattano sui luoghi e li cambiano antropologicamente, socialmente, economicamente. La storia locale, e il paesaggio ad essa legato, è l’elemento unificante. Ma è anche lo strumento che permette di capire quali sono i flussi buoni e quelli cattivi, e di scegliere, di conseguenza, il proprio modo di vivere, è lo strumento che permette di capire che il bene comune principale è il benessere della comunità.

Esiste un intreccio profondo tra la vita delle persone e la vita del luogo in cui vivono. La vita prende forma (e si deforma) nell’interazione costante con le risorse dei luoghi. Il rapporto tra salute e malattia, benessere e disagio, sofferenza, povertà, non sono questioni individuali e personali, ma esistono e si modulano i modi diversi secondo il luogo in cui si vive. Invece viviamo in una contesto in cui si tende alla privatizzazione di qualunque cosa – sia nel senso della gestione (sanità acqua, beni comuni) sia nel senso di chiusura agli altri – e alla de-politicizzazione (esemplare l’ultimo referendum) e proprio in questo contesto diventa indispensabile ribaltare il punto di vista, legare nuovamente l’individuale al sociale, il privato alla cittadinanza. E questo è tanto più facile quanto più piccolo e “umano” è il contesto. Senza dimenticare, e anzi valorizzandolo, che la stragrande maggioranza delle persone che vivono nelle città vengono dai paesi e con essi mantengono spesso legami molto forti.

Importanti sono le questioni di democrazia ed equità sociale poste in gioco. Cresce la percezione di una questione politica attribuibile alla categoria dei diritti civili, della parità di condizioni, della non discriminazione di chi fa dell’abitare lontano dalle città un tratto distintivo da considerare e rispettare. Poiché traiamo il necessario per vivere, progettare, desiderare, dal contesto in cui viviamo, un contesto che non favorisca tutto questo, che, soprattutto, uccida il desiderio, non può che indurre alla fuga. Le reti (sociali, familiari, relazionali) sono il serbatoio a cui attingiamo per vivere una quotidianità sempre più complessa e queste reti sono state, fino a poco tempo fa, l’anima e la ragione di esistere dei paesi. Recuperarle, ricostruirle, permette di ricostruire anche democrazia ed equità sociale e permette di riprendersi quelli spazi di partecipazione che sempre più sono ridotti da riforme accentratrici e antidemocratiche. Quindi ricostruire e rafforzare le reti, aiutare le persone a usarle, a vivere al loro interno, rende più forti e più consapevoli. Chi e’ debole lo è anche perché vive fuori queste reti e non è in grado di avere l’auto e il sostegno che possono dare.
Dentro le reti però è necessario recuperare individualità nel senso di possibilità e capacità di esserci e di esprimere la propria posizione. Chi è forte della propria consapevolezza e della propria appartenenza non ha paura ed essere se stesso e a partecipare, non ha paura a dissentire e a collaborare, non ha paura a essere pienamente individuo. La ricostruzione dei paesi implica quindi la “ricostruzione” dei loro abitanti e della consapevolezza dei loro diritti.

Sempre più spesso gruppi di cittadini si fanno carico direttamente di rispondere alle domande del territorio, riconoscendolo come bene comune da salvare, valorizzare, gestire. Il territorio diventa soggetto da prendere in carico, da curare e far rivivere, che può (e deve) generare desiderio e realizzazione del desiderio. Il territorio, il paese, può diventare laboratorio di sperimentazione i cui si superano divisioni e settorializzazioni e si scrive un progetto unitario. Soprattutto può diventare un laboratorio dove si ricostruisce la politicità del vivere e dell’agire insieme, in cui si riscopre il fatto che politica significa prima di tutto prendersi cura di se stessi. In quest’ottica diventa necessario sostenere queste istanze, aiutare chi ha deciso di resistere e prendersi cura della comunità in cui vive. Questo prendersi cura è spesso semplice da realizzare eppure generatore di posti di lavoro essenziali per poter vivere.

Occorre quindi riscoprire la politicità dei desideri: politica non è amministrazione, è sognare una utopia e lavorare per costruirla, è avere un’ipotesi di società, di convivenza, di futuro, e confrontarsi quotidianamente sulle strade da percorrere.
Politica è desiderare di meglio e pretendere, attivamente, di ottenerlo.



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