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Daniela fa case di terra, lana, latte e miele

Categories: Elezioni 2014,Storie

 

Cominciò tutto da un nido di pettirosso caduto da un albero tagliato. L’avevano buttato giù gli operai comunali che pian piano stavano distruggendo – “per riqualificarli”, dichiararono – tutti i ventidue angoli di Guspini che Daniela aveva piantumato e recuperato dal degrado insieme agli abitanti dei quartieri vicini. Guspini nei primi anni ’90 era il centro dello spaccio di stupefacenti del Medio Campidano e Daniela Ducato allora era una giovane madre incinta del secondo bimbo che non si era voluta rassegnare alla vista delle lavatrici rotte gettate agli angoli delle strade, all’incuria e agli spacciatori. A dispetto del pancione aveva cominciato a spostare i rifiuti da sola, poi a lei si erano aggiunti i vicini di casa, gli abitanti del quartiere accanto e infine, grazie all’aiuto della Banca del Tempo di cui Daniela era socia, tutto il paese si era ripreso il controllo dei suoi spazi comuni, condividendo saperi e consolidando relazioni intergenerazionali. Grazie al loro lavoro Guspini ha smesso di essere il supermercato dell’eroina e per dieci anni è stato un gioiello fatto di aiuole tematiche a cielo aperto, premiato dal Ministero dell’ambiente come città sostenibile per i bambini e le bambine.

Ma le cose belle sono spesso esposte all’arbitrio di chi non le comprende. È bastato l’arrivo di una nuova amministrazione con in mano il finanziamento per un progetto pensato a tavolino perchè quell’esperienza spontanea ed esemplare di partecipazione civile cadesse come un nido buttato giù da un albero. Come molti abitanti di Guspini anche Daniela era prostrata davanti alle nuove scelte amministrative che calpestavano le economie di relazioni che aveva contribuito a creare, ma quegli alberi segati e quei nidi di pettirosso caduti ai suoi piedi furono come una scossa; ne prese uno in mano e vide che era fatto di lana e di terra, di rami e di piume, una casa perfetta da cui prendere esempio, solida e adatta a quattro stagioni di intemperie. La famiglia di Daniela aveva un’azienda che commerciava in materiali edili di derivazione petrolchimica. Daniela, che nell’esperienza di riconversione urbana del paese aveva acquisito una sensibilità nuova verso i materiali di recupero e le antiche tecniche di costruzione, cominciò a immaginare un’edilizia industriale che fosse naturale, efficiente e davvero sostenibile. Come tutte le idee innovative, sembrava una follia, ma lei si cercò complici – per primo suo marito Oscar – e ascoltò le persone e i loro saperi, proprio come aveva fatto negli anni in cui il paese si era ripreso i suoi spazi degradati. Immaginò isolanti di pura lana di pecora, collanti a base di scarti della lavorazione del latte, leganti a base di miele e olio d’oliva, coloranti antiallergici a base di vinacce e cementi di terra cruda. Lei e Oscar ci hanno creduto, hanno investito in ricerca e hanno messo a punto una serie di prodotti che oggi, dieci anni dopo, sono i fiori all’occhiello dei loro marchi: Edilana e Edilatte. Daniela nei suoi procedimenti chimici a impatto zero usa i cosiddetti scarti: la lana corta che veniva considerata rifiuto speciale, le scotte della ricotta, raspi e vinacce, lo sciacquo delle arnie, i resti della sansa. Non li chiama scarti però, ma eccedenze, perchè la parola “sa di abbondanza, di dono”. I premi internazionali per il loro lavoro non si contano più e oggi l’azienda ha un fatturato a sei zeri, decine di dipendenti e un indotto di settantaquattro piccole aziende collegate dove lavorano cinquecentocinquanta persone.

Qualcuno forse all’inizio potrà avere avuto la tentazione di bollare l’esperienza di Daniela come un bel sogno new age, ma davanti a questa mole di posti di lavoro – cento in più degli operai che la Legler un anno fa mise in cassa integrazione, cento in più dei dipendenti civili del poligono di Quirra, più di cinque volte gli operai di Ottana Energia  – qualche domanda i sardi dovranno pure farsela. Grazie alle leggi sulla sostenibilità energetica la bioedilizia è un mercato in costante espansione. La richiesta di biomateriali cresce ogni anno di percentuali a due cifre, ma la maggior parte della domanda viene soddisfatta dalla Germania, leader europea dei prodotti edili sostenibili, che nella ricerca investe da molti più anni di noi. Qui i casi come quello di Daniela sono ancora pionieristici e per questo rappresentano modelli politici, prima ancora che economici. Una politica che guarda avanti deve costruire percorsi che avviino a questo sapere e deve valorizzare le conoscenze empiriche di chi sta facendo da apripista. Quanto è costato a Daniela essere precursora? “Molto, ma l’economia di relazione ci ha aiutati anche in questo: le aziende che lavorano con me si scambiano i risultati di qualunque ricerca. Invece i dati di Sardegna Ricerche, ottenuti con i soldi dei cittadini, non sono accessibili in alcun archivio pubblico”.
L’economia di una Sardegna possibile comincia anche da qui.

 

 



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