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Daniele, Maria Rosaria e i mercati che nessuno vede

Categories: Elezioni 2014,Storie

Daniele Cossu di Simaxis ha trentasei anni, si è diplomato perito elettrotecnico e poi è andato a lavorare a Milano in un’azienda di software. “Mi pagavano tremila euro al mese, ma io non sono fatto per vivere in città”. Maria Rosaria Usai di Guspini ha trentotto anni e si è laureata in lingue; ha cominciato a insegnare il francese nelle scuole, ma il lungo precariato l’ha spinta a riconsiderare la sua strada. “Sembrerà strano, ma avevo una certa passione anche per il lavoro che faceva mio padre.” Oggi sono entrambi apicoltori professionisti nelle rispettive aziende familiari e per spiegarmi cosa fanno mi hanno accolta nella tenuta di Daniele, una bella campagna curata che si chiama Arbaree. “La gente mi chiede se faccio il miele” – ride lui – “e io rispondo che il miele lo fanno le api: io sono apicoltore, che vuol dire moltissime cose diverse e complicate. Tranne fare il miele”.

Le aziende apiarie vere e proprie in Sardegna sono circa cinquecento, ma gli apicoltori a vario titolo (contando anche chi ha appena un paio di arnie) sono almeno duemila. La domanda di miele interna all’isola è così alta che ogni anno l’offerta supera di molto la produzione. Lo acquista la pasticceria? Nemmeno per idea. “Il miele costa e le pasticcerie professionali, compresi i torronai, preferiscono gli sciroppi di glucosio, magari miscelati a mieli argentini e cinesi che arrivano in Sardegna a prezzi bassissimi”. Per fortuna i sardi sono grandi consumatori di miele in famiglia e l’isola ha la particolarità di produrne alcuni introvabili altrove, come quelli di corbezzolo e di cisto. Gli apicoltori li vendono direttamente nelle sagre, nei mercati settimanali e in piccoli negozi specializzati in prodotti locali, senza passare dalla grande distribuzione, ma per capire quanto è ampio il mercato potenziale basta considerare che nessun apicoltore sardo produce monodosi in bustina per gli alberghi e i b&b. L’uso del miele sardo è ancora esclusivamente alimentare: in cosmesi, trattamenti wellness e fitofarmaceutica l’offerta è nulla e la domanda è altissima. I prodotti secondari come il polline, la pappa reale, la propoli e la cera hanno un alto potenziale commerciale, ma non hanno canali di distribuzione propri e le quantità prodotte sono minime.

Se c’è questo mercato, perché il numero degli apicoltori non sale? La ragione è che fare questo mestiere non è facile come sembra. Le api sono animali delicatissimi: si ammalano facilmente, patiscono ogni tipo di variazione ambientale (gli avvelenamenti da diserbante sono frequenti) e sono molto impegnative da pascolare per chi come Daniele e Maria Rosaria pratica il loro nomadismo. Le singole arnie – Daniele ne ha più di duecento con sessantamila api ciascuna – vengono spostate con cura durante la notte e vanno monitorate di continuo dai parassiti: basta una distrazione e muore l’intera colonia. I veterinari Asl sono fondamentali in altre forme di allevamento, ma sanno molto poco delle api. “Facciamo tutto da soli e cerchiamo il confronto con apicoltori di altre nazioni che sono più avanti di noi nello sviluppo del mestiere, soprattutto la Francia”. Anche per questo sia Daniele che Maria Rosaria fanno parte di un’associazione con altri sessanta iscritti – si chiama Apiaresos de Arbaree – che si è costituita proprio per scopi di auto-formazione “Ci tengo molto a che si sappia che esiste questa associazione: dobbiamo smetterla di dire che siamo pocos, locos y mal unidos”. Come si impara questo mestiere? Daniele non ha dubbi: “Ci sono i corsi regionali, ma sarebbe come pensare di imparare a fare il pastore a tavolino. Il mestiere vero e proprio può insegnartelo solo un altro apicoltore. Puoi considerarti un professionista dopo almeno sette anni di lavoro sul bestiame: chi cerca un guadagno facile si scoraggia prima, ma se insisti hai tante soddisfazioni: io quest’anno sono riuscito a fare un miele finissimo tutto da fiori di rosmarino. Non ce l’ha nessun altro e gli darò un prezzo adeguato”.

Ho lasciato le loro aziende con una sola domanda che ronzava in testa come uno sciame di api: qual è l’investimento pubblico nei mestieri sostenibili ad alto potenziale d’impiego rispetto a quello nei mestieri a forte precarizzazione e alto impatto ambientale?

 



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