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Il bicchiere di Sergio è sempre mezzo pieno

Categories: Storie

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Sergio Ciulu è laureato in economia e gestione dei servizi turistici, una specializzazione che in Sardegna si prende solo in quella piccola università oristanese di cui tutte le forze politiche, a seconda dell’umore elettorale del momento, a turno auspicano la chiusura. A Sergio, che oggi fa il birraio in via Santa Rughe a Sedilo, quella laurea presa nel 2005 è servita a coniugare l’amore per la buona birra artigianale con la voglia di fare impresa senza andare via dalla Sardegna; un matrimonio decisamente riuscito che ha dato vita a una delle più note birre artigianali dell’isola, quella a marchio Horo.

Sergio ha cominciato per gioco con gli amici ordinando il kit di fermentazione che chiunque può acquistare on line per poche decine di euro, ma ci si è appassionato sin da subito, decidendo di investire per imparare davvero i saperi tutt’altro che semplici di uno dei mestieri più antichi d’Europa. Per cominciare si è fatto sette ore di nave ed è andato a Chiavari da Fabrizio Leo, uno degli artigiani della birra di maggiore riferimento in Italia, diplomato mastro birraio alla Technische Universität di Berlino. Grazie ai suoi consigli e a un finanziamento per l’imprenditoria giovanile, Sergio ha scelto l’impianto giusto: “E’ un sistema energivoro, ma sto mettendo i pannelli solari e per le mie esigenze sono sufficienti a rendermi autonomo”. Poi ha sistemato con poche modifiche una vecchia casa tradizionale di famiglia nel centro storico di Sedilo e nel 2008 ha cominciato a sperimentare i mix di grani e tecniche che servono per dare alla birra il carattere unico di ogni produzione artigianale. Oggi il birrificio Horo fa quattro tipi diversi di birra, distribuisce in molti ristoranti e birrerie specializzate della Sardegna ed è un punto di riferimento ben noto a tutti gli amanti della bevanda fermentata.

I birrifici artigianali sull’isola sono circa una dozzina e hanno a disposizione il mercato interno più interessante che si possa sognare: con 65 lt di birra pro capite all’anno, i sardi sono i primi consumatori di bionde del panorama birraio italiano, cifra che – al di là del problema dell’alcoolismo, che ha cause sociali indipendenti dal prodotto – parla di un potenziale di posti di lavoro e di saperi molto elevato. Spostare il consumo dalle birre industriali estere di scarsa qualità a quella locale di qualità media e alta aiuterebbe anche a diffondere una cultura del bere più consapevole ed equilibrata, educando consumatori responsabili sul modello seguito dalle produzioni vinicole di alta qualità. Cosa impedisce quindi alla produzione di birra di essere uno dei fiori all’occhiello dell’industria sarda?

– Il primo dato è che questa produzione non ha dialogo di filiera con il mondo agricolo sardo, così tutti i birrifici artigianali importano il malto e il luppolo dall’estero, con costi molto elevati che si riverberano sul prezzo del prodotto finito, rendendolo poco concorrenziale rispetto alle due più diffuse birre industriali straniere: la Ichnusa e la Heineken (peraltro della stessa proprietà). Tecnicamente nulla impedirebbe ai sardi di coltivare sia il luppolo che l’orzo e il grano per produrre la birra.

– Non sarà però conveniente farlo fino a quando mancherà – oltre alla formazione specifica – un altro elemento essenziale della filiera, ovvero la malteria, uno stabilimento industriale dove i semi di orzo e frumento vengono fatti germinare sotto controllo fino ad acquisire le capacità di produrre gli enzimi necessari a innescare la fermentazione alcoolica.

– Oltre alla produzione delle materie prime e alla loro trasformazione, un terzo dato dirimente sono i costi dei contenitori di vetro per l’imbottigliamento e la commercializzazione; in Sardegna il vetro si trasforma ma non si produce e le bottiglie vengono importate con tempi di pagamento spesso anticipati.

– Il quarto motivo che impedisce ai birrifici sardi di passare dalle micro produzioni a mercati più interessanti è il costo della distribuzione. Se quella interna è sconveniente in rapporto alle piccole quantità prodotte da ciascun birrificio, quella esterna risulta addirittura proibitiva per quasi tutti i marchi.

Trasporti, materie prime, formazione specifica, organizzazione di filiera: sono problemi di pianificazione industriale ad ampio respiro che interessano tutte le piccole produzioni manufatturiere della Sardegna, ma la politica sarda non li ha mai affrontati. Così come tanti altri mercati possibili per la Sardegna, anche questa industria a basso impatto ambientale e tutto il suo potenziale indotto manufatturiero e agricolo non sono mai entrati a far parte di alcun “piano di rinascita”.
Per la piccola impresa sarda e le sue buone idee è tempo che le cose comincino a cambiare.

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