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Un merito bisogna riconoscerglielo: ha dato del vecchio bavoso a Bruno Vespa in diretta televisiva. Non bastasse, ha depenalizzato l’età anagrafica dividendo gli uomini in smaterassabili e non, indipendentemente dall’età. Si è presa, insomma, molte soddisfazioni utilizzando al meglio il suo ruolo pubblico: scrittrice di successo. Grande successo, visto che figura tra le prime dieci firme italiane. Adesso punta a diventare presidente della Regione. Quarantun anni, cabrarese, figlia di un bigliettaio dell’Arst, Michela Murgia riesce a pronunciare giudizi al vetriolo senza salire mai di tono e incorniciandoli sempre da un bellissimo sorriso. Qualche cattiveria sul suo conto circola ma ha la capacità di neutralizzarla con la forza di chi non ha scheletri da nascondere. Matricola della politica, è la novità delle elezioni regionali 2014.

L’ha capita la differenza tra sovranisti e indipendentisti?

«Non ho capito cosa voglia dire sovranismo: è un oggetto politico non identificato, è la sigaretta elettronica del sardismo, un paravento di parole».

Perché l’ha fatto?

«Perché appartengo ad una generazione cresciuta nel mito della sistemazione, del raggiungimento di piccoli obiettivi e quando credi d’esserti sistemato ti accorgi che in realtà non c’è nulla a posto».

Controindicazioni?

«Sono abituata ad essere esposta all’esame dell’opinione pubblica. Ho messo in conto di poter risultare anche antipatica».

Che lista è la sua: destra, sinistra o cosa?

«È una lista di sardi radunati intorno a un progetto: abbiamo intenzione di dare vita a cose che non ha fatto la destra e nemmeno la sinistra. Pd e Pdl sono stati avversari degli interessi dei sardi. Sul caso-Quirra hanno addirittura presentato ordini del giorno che parevano in fotocopia».

Quindi voi giocate nel ruolo di libero.

«Sì, ma un libero aperto. Sono loro che hanno problemi di vincoli. Pd e Pdl hanno fatto emergere un elettorato che è stanco dei loro sistemi. Un elettorato di stanchezza e di rabbia».

I Cinque Stelle.

«Di questo parlavo. L’importante è che stanchezza e rabbia diano poi vita ad un progetto concreto. Nei confronti dei 5 Stelle siamo aperti a ipotesi comuni».

Correrete da soli?

«Avremo una coalizione di più liste. Le stiamo costruendo».

Nel centrosinistra gravitano già Psd’Az e Partito dei sardi.

«Il Psd’Az non mi stupisce: abbiamo fatto l’abitudine al salto della quaglia dei sardisti. Tant’è che non sono del tutto sicura che resteranno nel centrosinistra. Per quanto riguarda il Partito dei sardi, resto invece interdetta: l’autodeterminazione non può passare attraverso le decisioni delle segreterie romane».

Ha scelto di candidarsi perché, qui e subito, bisogna sporcarsi le mani?

«Ci si sporca di più a stare a guardare. C’è maggiore responsabilità in chi si limita a lamentarsi, a dire che fanno tutti schifo, eccetera eccetera».

Franciscu Sedda, padre fondatore di Progres, vi ha mollato.

«Ha fatto altre scelte. Franciscu è un uomo che ho stimato…»

…passato prossimo.

«Difatti ho detto che ho stimato. Non riesco a capire il calcolo che ci sia dietro questa scelta. Cioè non capisco perché il Partito dei sardi. Eppoi, anche la compagnia mi sembra scelta male. Paolo Maninchedda è un indeciso a tempo pieno: ieri democristiano, poi con Soru, poi sardista e ora con Sedda».

Veleni: Murgia è entrata in politica per assicurarsi un futuro che i romanzi non danno.

«Se c’è qualcuno che in Sardegna ha questo dubbio, nella mia casa editrice pensano, al contrario, che io sia scema perché ho deciso di fare politica anziché sfornare un libro l’anno».

Luoghi comuni: lei crede sul serio che i sardi non siano imprenditori per colpa di un infame destino?

«Credo, più semplicemente, che non siamo peggiori di altri. Basta metterci alla prova. Bisogna apparire sull’Economist per essere considerati buoni imprenditori?»

Un imprenditore sardo di qualità?

«Daniela Ducato. Straordinaria: ha messo insieme 250 aziende che producono materiali particolari per l’edilizia. Ha immaginato un’economia che partisse da qui, utilizzato risorse che sempre qui erano considerate di scarto».

Arcipelago indipendentista: dodici sigle.

«Considero un po’ fascista questa ossessione dell’unità degli indipendentisti, del partito unico. L’autodeterminazione della Sardegna merita una molteplicità di sguardi e di approcci. Le differenze sono una ricchezza. Non capisco dunque perché agli indipendentisti si chieda fronte comune, magari come quello che a livello nazionale hanno fatto Pd e Pdl».

Veleni bis: dietro i vari movimenti indipendentisti ci sono vanità private di aspiranti leader.

«Non sono d’accordo. In Progres abbiamo avuto una scissione durissima tre anni fa proprio per democratizzare il partito, per liberarci dai verticismi personali».

All’indipendenza come volete arrivare, con una delibera regionale?

«L’indipendenza è un percorso lungo. Tanto per cominciare, iniziamo a porre le pietre miliari. È importante che uno di noi diventi presidente perché chi crede nell’indipendenza si muoverebbe su questa rotta anche nelle scelte quotidiane, quelle di ordinaria amministrazione».

Dev’esserci una rivoluzione culturale insomma?

«Certo. All’indipendenza i sardi arriveranno quando crederanno sia il momento giusto. Nel frattempo però è giusto che assaggino un po’ di libertà, quella che non gli hanno dato Pd e Pdl».

Dicono abbia già una giunta in tasca.

«L’avrò a breve. A metà autunno faremo i nomi degli assessori e allora si scoprirà che non puntiamo ad un uomo solo al comando per attraversare il mar Rosso. Sarà una squadra a guidare questo cammino».

La Sardegna vive di Stato e voi volete staccarla dall’Italia.

«Vive di Stato è un’espressione opinabile, mi pare che le pensioni siano pagate con i contributi versati dai lavoratori sardi. Quest’idea che la Sardegna prenda la paghetta dallo Stato è falsa: non ci vengono restituite neppure le entrate che ci spettano per Statuto. La Sardegna non è povera, ma impoverita».

Il complottismo è una malattia infantile della politica sarda?

«In realtà appartiene alla manìa da retroscenismo che ha solo la stampa italiana».

Invidia il dono dell’ubiquità dell’onorevole Mauro Pili?

«Politicamente non ho stima di Pili. Ma se l’accusa è quella di esserci dove c’è un bisogno, avercene di Mauro Pili».

Cosa salva, cosa boccia della Sardegna d’oggi?

«Possiamo riscrivere la nostra storia puntando su istruzione, agri-cultura e nuove tecnologie. Questa non è una terra dove si può fare industria pesante: andare e tornare dalla penisola ci costa troppo. Ammiro la tenacia di tanti, detesto il senso di resa di altri».

La giunta regionale: valutazione.

«Dobbiamo andarne fieri, sarà un esempio di come non si deve amministrare. È una sintesi di interessi privati all’ennesima potenza, incapacità e cedimenti a decisioni eterodirette. Burattinismo».

Opposizione?

«Sarà studiata anche l’opposizione. Quando Cappellacci dice che non s’è accorto d’averla in Aula, ha ragione. Fatta esclusione di alcune voci libere, come quella di Claudia Zuncheddu, tutti allineati e coperti».

A proposito di Cappellacci: dice che la Regione ha bisogno di competenza, non di scrittori.

«Mi sento più utile a fare in modo che lui, o altri come lui, non governino più la nostra terra. In questo momento è più importante occuparsi del futuro della Sardegna che scrivere l’ennesimo romanzo. C’è tanta gente che scrive, serve altro adesso».

Giorgio Pisano – L’Unione Sarda del 17 agosto 2013



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