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Michela Murgia la militante: «Nessuna fuga, e siamo vivi»

Categories: Rassegna Stampa

Intervista Unione Sarda - 21 gennaio 2015

A Serrenti c’era un po’ di freddo. Tra detto e non detto, l’atmosfera di un amore difficile. Non proprio frattura, ma qualcosa di vicino alla separazione consensuale. Con un certo dispetto persino per le immagini che scorrevano sullo schermo: frammenti del grande sogno di un anno fa. «Basta con l’autocelebrazione», sussurrava una militante. Fine dell’abbraccio tra Sardegna Possibile e Michela Murgia? Stop all’avventura che ha creato la terza coalizione sarda? L’inevitabile conclusione di una corsa che si è interrotta sul portone del Palazzo regionale?

«Proprio per niente», protesta il giorno dopo la scrittrice prestata alla politica. Anzi: c’eravamo, ci siamo e ci saremo. E «io con loro». Dunque la sua assenza all’assemblea non è segno di disimpegno? «Per niente. Durante la campagna elettorale ho sospeso il mio lavoro. Per un anno ho fatto solo quella e poi ho ripreso a lavorare, come dovrebbero fare tutti coloro che si impegnano in politica. E ho un calendario fitto che non sempre coincide col calendario del movimento. La mia assenza? È rimasto sorpreso solo chi è arrivato all’ultimo momento. E gli organizzatori erano informati. La mia presenza comunque è relativa: il cammino è condiviso con i responsabili del movimento. Siamo troppo abituati ai politici di professione per ricordarci che in Sardegna Possibile c’è anche la passione».

Nell’assemblea si avvertiva il distacco tra i militanti e il leader di un anno fa. «Vorrei essere chiara: se è passato questo messaggio ne sono fiera. Povero il movimento che lega il suo destino a una sola persona, una brutta abitudine. Col processo dei meccanismi partecipativi abbiamo lavorato proprio perché si arrivasse a un progetto collettivo, condiviso. E mi onoro di far parte di un movimento che mi sopravvive. Mi accade per tante cose che ho iniziato. Da un anno e mezzo, per esempio, non sono presidente di “Lìberos”, e l’associazione è andata avanti con un successo che non avevo nemmeno preventivato. Fa onore anche a me». Vista la delusione per il fallito ingresso al Consiglio regionale, le imputano qualcosa? Magari proprio il leaderismo eccessivo. «Caso mai mi si può imputare il contrario. Chiuse le elezioni, non ero più la candidata e sono tornata a fare l’attivista. Superficiale affermare che questo era il movimento di Michela Murgia. Ma come si fa ad accusare di leaderismo qualcuno che in campagna elettorale ha presentato addirittura la giunta possibile? Caso unico, la candidata governatore è andata in giro con gli assessori». In tutta franchezza: i voti sono arrivati soprattutto per la sua presenza. «Non avendo alle spalle una carriera politica mi sono presentata con la mia credibilità. Ma non una credibilità di governo. Sette mesi di campagna elettorale in più rispetto agli altri: ecco perché sono arrivati i voti». Beh, la coalizione ha preso meno di lei. «Mi sovrastimate se pensate che basti un premio Campiello a muovere più di 70 mila voti. Quello è il frutto di un anno di lavoro, di sei tavoli aperti alle comunità. Siamo riusciti a portare un modo innovativo di fare politica, discutendo, puntando sulle competenze. La mia popolarità può avere giovato, ma un conto è stimare una scrittrice e un altro mettere una croce sulla scheda».

Dunque riprende la battaglia? «Non mi sono mai disinteressata del movimento. Ovvio che ora non c’è un frontman e bisogna pensare all’organizzazione territoriale». Ma non è singolare che il movimento si sia risvegliato dopo un anno? «Ho l’impressione che vi siate persi qualcosa. Abbiamo fatto campagna elettorale per le amministrative dove era possibile, e scuole politiche durante l’estate. Siamo stati presenti a Capo Frasca. E molto altro. Siamo stati assenti solo in Consiglio regionale, che ha uno sbarramento del 10 per cento». Avete commesso degli errori: lo ha detto anche l’assemblea di Serrenti. Tanti litigi, per esempio. «In politica capita spesso. Ma siamo sempre tutti lì. Io mi rifiuto di rubricare come sconfitta un consenso del 10 per cento con un marchio mai visto in Sardegna. Con persone che non provengono dai partiti. Vero che nell’Isola il risultato è stato percepito come deludente perché non abbiamo vinto, ma io sorrido perché evidentemente siamo riusciti a creare una aspettativa tale da suscitare paura. Un errore? Non avere intercettato il voto a 5 Stelle. Quella gente è rimasta a casa. Colpa mia? Avrei dovuto avere un’antenna più forte? Può darsi. Sono d’accordo e contraria su certi linguaggi. Ma se dobbiamo parlare di errori pensiamo a chi ha creato l’astensionismo».

C’è ancora spazio per Sardegna Possibile? «Gli spazi glieli hanno dati i sardi. Bisogna vedere piuttosto se c’è lo spazio legislativo. Centrosinistra e centrodestra governano insieme, nel senso di una perfetta continuità. E non mi pare che stiano parlando di riforma della legge elettorale. Cioè di democrazia». Non ci sono troppe anime nel movimento? «Non ci si incontra sulle ideologie, ma sugli orizzonti comuni. Per noi vige una regola: uscire dallo schema centrodestra e centrosinistra gestiti dai partiti italiani. E questo per noi non è mai stato terreno di scontro. La questione da risolvere non è politica, è organizzativa. Che forma dobbiamo darci?». E su questo piano cosa ha da suggerire? «Niente». Come militante, non come ex candidata. «Sono del parere che Sardegna Possibile debba restare una comunità politica, non un partito, la più inclusiva possibile per i movimenti che si richiamano alla sua carta dei valori. Niente di gerarchico, ma un modello reticolare che consenta una certa autonomia a tutti i gruppi che aderiscono. Questo significa fare la rivoluzione davanti ai partiti, compresi quelli che fanno saltare una candidata eletta con le primarie».

Tornare in campo vuole anche dire contestare la prima fase della giunta Pigliaru. «Certo. La contesto completamente».

Intervista di Roberto Cossu pubblicata su L’Unione Sarda del 21.01.2015



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