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Quattro storie d’arte ed economia

Categories: Elezioni 2014,Storie

Nero di capelli e con gli occhi verdi l’uno e biondo con gli occhi azzurri l’altro, Vittorio e Andrea Bruno non potrebbero essere più diversi, eppure non si può dubitare che siano fratelli. Nati a Nuoro in una famiglia di fabbri di cinque generazioni, in due non fanno ancora sessant’anni, ma hanno già rivoluzionato l’officina paterna fino a trasformarla in quella bottega dell’arte metallurgica che oggi è conosciuta in tutta la Sardegna come BAM. Andrea ha studiato all’Accademia di Brera e Vittorio al Politecnico di Milano, due strade parallele che nella prospettiva della loro famiglia dovevano portarli lontano dalla fucina paterna, ma che invece li hanno riportati a Nuoro con in mano due potenti varianti della stessa arma: il design. A chi gli chiede perché non sono rimasti fuori rispondono sorridenti che “la vera sfida non era partire, ma tornare. Noi l’abbiamo voluta cogliere fino in fondo”. L’officina di un fabbro oggi è un luogo ipertecnologico molto diverso dall’inferno di incudini e mantici che appartiene all’immaginario comune: l’automazione di molti processi ha reso meno faticoso il lavoro sulla materia e così la manualità ha potuto concentrarsi maggiormente sullo studio delle forme. Se è vero che le potenzialità del ferro sono diminuite man mano che le leghe divenivano meno pure, è vero altrettanto che il gusto del bello si è affinato e ha perso la propensione allo sfoggio, piegandosi al rigore minimale del less-is-more. Vittorio e Andrea sono capitati al momento giusto di questa rivoluzione del costume, rinunciando pian piano a fare volute di ringhiere e spiedi per concentrare la loro creatività su una produzione più moderna. Si sono avvalsi sin da subito di collaborazioni con altri designer, dando vita a oggetti dalle forme essenziali, perfettamente riconoscibili come nostre – il muflone, il bue e il suo campanaccio, il bellissimo pesce (creato con una designer giapponese) – ma allo stesso tempo iconiche.

È difficile definire artigianato il lavoro dei Bruno, anche mettendoci davanti l’aggettivo “artistico”: questi due giovani uomini fanno con il ferro, l’acciaio, il rame e l’ottone la stessa cosa che un musicista farebbe con le sue note. Eppure, esattamente come un buon disco può essere riprodotto mille volte, l’attitudine industriale della loro formazione fa sì che ogni pezzo uscito dalle loro mani, per quanto speciale, non sia mai pensato per restare unico. Le loro opere sono nei migliori show room dell’isola e l’attitudine a mischiare gli scenari li ha portati anche quest’anno a Gavoi, dove hanno realizzato in ferro tutti gli spazi di dibattito degli incontri del festival, su disegno dell’illustratore dorgalese Angelo Monne, e le sdraio in acciaio col fondo in tessuto di sughero. I loro arredi in acciaio dall’aria austera, essenziali ma non spartani, sono molto adatti anche al gusto del mercato nord europeo dove Vittorio e Andrea ora stanno sviluppando una fitta rete commerciale.


Chiara Secchi ha uno studio di progettazione, ma si sta preparando a chiuderlo. Tutta colpa dell’amica che qualche anno fa le ha chiesto di accompagnarla a un corso hobbistico di vetrofusione. Completamente sedotta dalla materialità del vetro e dalle sue potenzialità espressive, Chiara ha cominciato sin da subito a interessarsene come curiosa e poi in modo sempre più accurato, fino a sceglierlo come unico interesse professionale. E’ andata ripetutamente a Murano nel corso degli anni per seguire dei corsi specifici e ha avuto la fortuna di incontrare la benevolenza di un maestro vetraio che, di nascosto ai colleghi, le ha insegnato le antiche tecniche di lavorazione impossibili da apprendere per sola intuizione. Chiara ci ha messo la sua passione e negli anni ha costruito con pazienza un ampio laboratorio artigiano dove oggi lavora nel centro di Isili, creando oggetti d’arredo e gioielli con vetri rari di produzione non industriale. Di fare il geometra ha smesso.

 

 


Antonello Delogu è un maestro di metalli preziosi e ha il suo laboratorio nel centro di Nuoro, dove lavora da decenni con l’oro e con l’argento. È stato lui il primo a utilizzare sa crobe come elemento centrale nella gioielleria sarda, creando un design talmente efficace che negli anni si è diffuso in tutta l’isola in innumerevoli versioni e cloni. Antonello ha fatto però molto di più che limitarsi a innovare le forme tradizionali; grazie alle energie fresche della figlia che fuori dall’isola ha studiato nuovi percorsi per la gioielleria paterna, il suo laboratorio oggi espone collezioni fantasiose che non presentano alcun elemento apparente di “sardità”, se non la sua mano geniale. Quelli come lui, riconoscenti alle radici ma liberi di innovarle, hanno il prezioso potere di costruire quello che domani tutti chiameranno “tradizione”. E’ il presidente di una associazione di artigiani e in tutti questi anni ha avuto un solo aiuto pubblico, quello che gli ha permesso di formare quattro apprendisti a bottega che ancora oggi lavorano per lui. Per questo sa dove porre le domande scomode: “Se faccio il conto di quello che lo Stato ha speso per l’incentivazione di quei posti di lavoro, realizzo che – spalmando l’incentivo iniziale negli anni di impiego – quelle buste paga sono costate alle casse statali 300 euro all’anno: il resto sono stato in grado di pagarlo io. Hai idea di cosa costa all’anno mantenere un operaio in cassa integrazione?”

 

Gli artigiani e gli artisti dei materiali in Sardegna hanno lo stesso inquadramento fiscale degli idraulici e dei falegnami. Sotto la voce “artigianato” la creatività geniale di un maestro della filigrana, della ceramica o del ferro battuto sta insieme alla professionalità di ben altra natura di un marmista o di un parrucchiere. A causa di questa incomprensibile commistione non è possibile neanche sapere con precisione dalle Camere di Commercio quanti siano gli artigiani artisti, anche se le associazioni di categoria li stimano approssimativamente intorno a 350 unità, di cui però non è possibile conoscere l’esatto ammontare di fatturato. I.S.O.L.A., l’istituto sardo di organizzazione del lavoro artigiano, è stato soppresso nel 2006 e nessuna realtà istituzionale lo ha sostituito, lasciando gli artigiani totalmente a sé stessi nella commercializzazione dei loro manufatti. Le antiche scuole d’arte sono diventate licei artistici, riducendo sensibilmente l’esperienza dell’apprendimento manuale. Le profusioni di denaro su iniziative estemporanee non risolvono il problema dell’organizzazione stabile di un settore che rappresenta per la Sardegna un potenziale economico incompreso e una ricchezza simbolica del tutto sottostimata. Una politica a favore dell’artigianato creerebbe per prima cosa un albo separato soggetto a un regime fiscale agevolato, un sistema formativo che faccia capo direttamente ai maestri delle arti e un circuito promozionale dove gli artigiani, inseriti pienamente nei mondi produttivi del turismo e della cultura, siano presentati come il valore aggiunto delle loro opere, non operai impresentabili chiusi nelle loro botteghe. Una politica così ancora non c’è.



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