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Ripensare insieme la “città del sole”

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Cagliari è una città di bellezze inenarrabili, poco valorizzate e spesso poco conosciute perfino dai cagliaritani stessi. Tra le risorse poco valorizzate ci sono anche quelle intellettuali: tantissime persone competenti e creative che la politica non riesce ad attivare, o di cui magari ignora l’esistenza, o peggio, che magari coinvolge ma poi non ascolta. Se questo accade, è anche per la fragilità dello spazio di scambio intellettuale, che poi è il terreno su cui poggia la politica: a Cagliari manca una tradizione di dibattito pubblico orientato alla progettazione della città. Le teste pensanti di sicuro non mancano, e alcune lo fanno anche per incarico istituzionale, ma si tratta, purtroppo, di un lavoro poco condiviso e spesso frammentario, interrotto ad ogni cambiamento di colore politico, forse per insufficiente ricerca di consenso, o perfino, paradossalmente, per l’incapacità di proporre modelli di città realmente alternativi su cui articolare, positivamente, il dibattito. Invece gli scontri, di solito, hanno un profilo più basso, sono schermaglie tra interessi particolari, che non riescono o non vogliono coinvolgere la città, perché si giocano tra gruppi ristretti, uno contro l’altro armati. Questo non favorisce i ragionamenti su cui fondare proposte condivise; prevalgono semmai i colpi d’effetto, iniziative che sorgono dal nulla e poi scompaiono in modo altrettanto imprevedibile. In questo contesto, non stupisce che il senso di appartenenza dei cagliaritani risulti spesso insufficiente per superare l’individualismo imperante che il nostro sistema di vita alimenta.

Il primo punto su cui insistere è che questa cultura urbana, civica, progettuale, lungimirante e partecipata va oggi costruita come il nostro bene più prezioso. È un lavoro trasversale e intergenerazionale, rispetto al quale nessuno che abbia a cuore i destini di Cagliari può sentirsi indifferente. Questa stessa idea diventa un primo importante criterio per valutare l’operato politico dei governanti, passati, presenti e futuri: chiedersi cioè se favorisce o no processi di questo tipo, in modo aperto, coinvolgente e documentato.

La seconda importante premessa da cui parto è che il tempo dell’economia basata sulla crescita, che ha caratterizzato gli ultimi cinquant’anni di storia recente, più o meno fino al 2008, si è concluso per sempre –e per fortuna. Il bilancio di questa tappa, visto in prospettiva, è fallimentare: ha portato un benessere illusorio, esagerato quanto effimero, accompagnato da un impoverimento sostanziale delle nostre esistenze, che possiamo constatare nella crescente sproporzione tra cose da fare e tempo disponibile, o tra soldi disponibili e spese da affrontare. Per la maggioranza, i conti quadrano sempre meno, mentre la disparità della ricchezza dei pochi privilegiati rispetto al resto della cittadinanza cresce al di là di qualunque livello di guardia. Stiamo sperimentando un processo rapidissimo di precarizzazione e di indebitamento, che giorno dopo giorno ci rendono più dipendenti, economicamente e anche mentalmente. La preminenza di questa economia d’assalto globalizzata, ossessiva, superficiale e senza scrupoli è anche il principale motivo della scomparsa di una politica “alta”, orientata alla salvaguardia dei “beni comuni”; le preoccupazioni sono tutte sul corto periodo, cercano ricadute veloci sull’immagine pubblica quando non il tornaconto monetario.

La deriva di questo sistema ormai fuori controllo ci ha portato, in tempi rapidissimi, a una fase di squilibri e turbolenze, sia economiche e sociali, sia ambientali e climatiche, di cui vediamo appena i primi sintomi. Il pianeta, e la zona mediterranea in modo specifico, si muove verso scenari caratterizzati da fenomeni estremi: freddo e caldo esagerati, temporali di pioggia e vento violenti e concentrati, come abbiamo visto più volte di recente; situazioni che non chiedono soltanto risposte d’emergenza quanto piuttosto una volontà di riprogettazione molto seria e coraggiosa del nostro vivere in comune, con la sostenibilità come criterio principale. (Va anche detto che l’uso demenziale che è stato fatto del territorio sardo, in materia di industrie contaminanti e di servitù militari, non aveva bisogno del cambiamento climatico per fare scattare in noi l’allarme ambientale).

Penso che questo sia uno degli spartiacque tra proposte politiche per la città di Cagliari: da un lato, quelli che vendono ancora la speranza impossibile, oltre che pericolosa, di “riagganciarci alla crescita”, facendo promesse impossibili da mantenere, coltivando un immaginario di ipotetiche “eccellenze” che in realtà sono la condanna a un clima di competizione estrema; parlo insomma di quella politica “da carta patinata” che è di destra anche quando è la “sinistra” a farla: costruita attorno al marketing, ubriaca di immagini, che nascondono le situazioni reali di sofferenza e di degrado, che questa politica non affronta mai. Situazioni di abbandono, di vuoto, che sfociano nell’emigrazione, nel calo demografico, nell’invecchiamento della popolazione.

L’altra prospettiva è quella di accogliere il naufragio del nostro presente come opportunità per ripensare il vivere comune a partire dalla coperazione e dal senso delle responsabilità condivise. La sfida è quella di costruire insieme una società capace di farsi carico delle necessità di tutti. Abbiamo grossomodo 15 anni, da qui al 2030, per ridefinire le politiche urbane e sociali della città su basi diverse, improntate alla sostenibilità ecologica e sociale, cioè alla promozione della qualità reale della vita per i suoi abitanti. Questo processo dobbiamo farlo insieme, ascoltando le idee di tutti, a cominciare dal mondo associativo, che a Cagliari è tanto vivo quanto poco considerato. Bisogna aprire tavoli inclusivi su ambiti tematici, comunicare instancabilmente i risultati delle riflessioni, dinamizzare dibattiti e processi di deliberazione di carattere pubblico.

È utile guardarsi attorno, studiare gli esempi di altre città, magari grazie al contributo di sardi che ci hanno vissuto per un certo tempo. Il nostro è un popolo viaggiatore, curioso e attento, portato a integrarsi positivamente nelle comunità di accoglienza; una proposta politica che voglia cambiare Cagliari e la Sardegna deve pensare seriamente in che modo si può valorizzare l’esperienza e conoscenza dei sardi del “disterru”.

Per esempio, è molto interessante la tendenza presente in molte città europee alla rimunicipalizzazione di una serie di servizi fondamentali, cominciando da quello dell’acqua (ma anche elettricità, gas, rifiuti), con l’obbiettivo di dare un miglior servizio a un prezzo ridotto per i cittadini. Sono cose che non si fanno dall’oggi al domani, ma che richiedono studio, decisioni a medio termine e la chiara volontà politica di invertire una tendenza alla privatizzazione dei servizi essenziali. Il tema della mobilità reale, urbana e interurbana, dev’essere anch’esso inserito in una cornice di ristrutturazione energetica, che abbiamo il dovere di progettare con realismo visionario, trasformando l’attuale modello di trasporto privato basato su idrocarburi al predominio del trasporto pubblico, ove possibile su rotaie, e con una elettrificazione crescente, a cominciare dal servizio di taxi, tanto per fare un esempio. Queste prospettive hanno bisogno di studi precisi, per valutare costi attuali e investimenti necessari, o per individuare aree di interesse specifico e progetti pilota da seguire, con l’obbiettivo di stabilire accordi trasversali non solo tra le forze politiche, ma con l’associazionismo organizzato e la cittadinanza in generale.

È questa nuova responsabilità di costruire insieme un futuro diverso che può e deve improntare un modello educativo diffuso, sulla scia di quelle che sono conosciute come “città educatrici”, dove la valorizzazione di cultura, patrimonio, storia e risorse proprie sono la risposta locale a queste sfide globali. Rafforzare le sinergie, cercare tutte le intersezioni possibile tra educazione, cultura e salute, per rendere, anzitutto, la nostra vita interessante e meritevole di essere vissuta. Anche per il turismo vale l’idea che non si tratta di trasformare Cagliari in un parco tematico, ma di rendere la città accogliente, capace di offrire cultura, creatività, gastronomia, eventi d’interesse, ma anche tranquillità, spazi di salute e di contemplazione. Cose che valgano per tutti, anche per noi.

In un contesto di generale aumento dell’età media, Cagliari potrebbe diventare una città pioniera nelle politiche di invecchiamento attivo, magari non all’americana, ma “a sa sarda”, con soluzioni pratiche, cercando formule abitative per i bisogni di persone mentalmente indipendenti ma con limitazioni sul piano fisico. ecc. Per altro verso, Cagliari ha bisogno di alloggi adeguati per i giovani universitari provenienti sia dai centri dell’interno sia, perché no, da altri paesi europei e mediterranei, che possono dare linfa alla città se solo si tenesse conto della specificità dei loro bisogni (e possibilità); anche questo è un tema che ha bisogno di un ruolo più attivo da parte dell’amministrazione pubblica. Per non parlare delle enormi possibilità di riutilizzo civico di zone militari in dismissione, tema che merita una riflessione a parte.

Tutte queste idee richiedono processi di elaborazione e deliberazione collettivi, che non finiscano in chiusura di campagna. Cagliari si trova oggi in un momento di effervescenza, sottolineato dal sorgere di molte proposte di candidature civiche: vuol dire che i fermenti non mancano, e d’altronde è legittimo che ciascuno voglia formulare la propria proposta. Alla fine, resisteranno quelle più consistenti ed inclusive; ma il punto più importante, mi sembra, è la disponibilità a dialogare e collaborare con le altre candidature su proposte concrete, prima e dopo il momento elettorale. Per questo è bene incontrarsi, stabilire processi di lavoro a partire da dati reali e condivisi, valorizzando le competenze di chiunque le abbia. Le idee non si possono “rubare” quando si pensano insieme.

In definitiva, oggi la politica è un tessuto da ricucire. La distanza tra il mondo reale e i centri di decisione, tra i bisogni delle persone e il dibattito pubblico, tra la vita associativa e l’intermediazione politica, è divenuta troppo grande, ed è necessario riaprire i giochi, al di fuori di quei gusci vuoti che sono diventati oggi i grandi partiti, specialmente quelli “italiani”, che funzionano unicamente come simulacri televisivi che attraggono i fantomatici “voti utili”, e come distribuitori di poltrone e di prebende, che poi è l’unica cosa per cui sono “utili”. Nessun beneficio a medio termine per la città. Per questo è necessario rimettere la città in movimento. La giunta Zedda ci ha provato, ma non è stato sufficiente. Dobbiamo riprovarci con più coraggio visionario e maggiore umiltà nel fare passi avanti e magari correggere errori. Spetta a noi tutti costruire la capitale delle sinergie, la Cagliari possibile che sia all’altezza dell’idea di giustizia, di prosperità e bellezza che riusciremo a pensare e costruire insieme.

s.p.c. – 7.11.2015



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