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Sa Die de sa Sardigna

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Se esistesse una applicazione per misurare l’irritazione del consiglio regionale, una specie di tecnologico “fastidiometro”, il 28 aprile quello strumento in viale Trento segnerebbe il massimo della sua scala di rilevamento: non esiste infatti niente di più odiato dalla nostra classe politica della ricorrenza de Sa Die de sa Sardigna. E qual è il modo migliore per sterilizzare la portata di certe ricorrenze, quando non puoi cancellarle? Facile: basta non celebrarle affatto, oppure dedicarle a qualcosa che non c’entra niente, nella speranza che tutti si confondano e dimentichino cos’è che si dovrebbe realmente ricordare. Nessuna meraviglia quindi se la giunta Pigliaru prova a dedicare Sa Die de sa Sardigna di volta in volta a qualcosa che con la memoria della cacciata dei piemontesi da Cagliari non ha nulla a che fare. L’anno scorso il tema era il cibo, manco la sarda rivoluzione fosse una sagra di paese, e quest’anno sono i poveri migranti, come se la ricorrenza di una rivolta contro i tiranni avesse qualcosa di assimilabile al dramma dei popoli che arrivano sulle nostre coste. È evidente che alla giunta Pigliaru non importa a cosa venga accostata quella ricorrenza: l’intento è che si parli di tutto e di più, pur di evitare che i sardi si ricordino che c’è stato un giorno nella loro storia in cui hanno voluto essere liberi al punto da ribellarsi a chi li opprimeva e negava la loro dignità di popolo. Se quindi è giusto lamentarsi per questo puerile tentativo di cancellazione della storia sarda, in realtà è proprio in questa negazione che avviene la più brillante delle sue celebrazioni: significa che quell’evento storico fa ancora paura ai servitori del re di turno, che la loro cacciata non ha finito di compiersi, che il suo ricordo non è diventato retorica e che non è possibile evocarlo senza chiamare in causa le situazioni del presente che ancora parlano di oppressione e di negazione della soggettività dei sardi. Con quale faccia tosta l’incolore Francesco Pigliaru andrebbe a celebrare oggi la cacciata dei piemontesi nel 1794, quando giusto ieri a Olbia stringeva ridente la mano all’emissario dell’emiro del Qatar che si è intestato la sanità del nord Sardegna, dopo l’aeroporto e il consorzio turistico più grande dell’isola? Che significato avrebbe sentirsi chiedere “Nara Cixiri” per una giunta che nell’anno stesso del suo insediamento ha tolto i fondi a tutte le attività di politica linguistica costruite in anni di faticosa risalita dalla diglossia? È imbarazzante ricordare le navi su cui abbiamo costretto i nostri dominatori a salire, quando a tutt’oggi basta una telefonata di Renzi dall’altra parte del mare a stabilire le priorità su cui bisogna agire in terra di Sardegna, che si tratti di trivelle o di politiche del lavoro. Troppo scomoda quindi quella rievocazione rivoluzionaria: a celebrarla per quel che è si rischia che qualcuno noti la similitudine tra i vecchi vassalli e i nuovi, tra i padroni imbarcati a forza e quelli sbarcati con la riverenza degli ascari attuali, proni oggi proprio come allora, anche se in cravatta e accento cambrigense.

Ecco perché è importante che qualcuno tenga viva quella memoria e che quel desiderio di libertà e di autodeterminazione non muoia evirato dalla furbizia di chi cerca di equipararlo alla sagra della cipolla o a una vaga festa dell’accoglienza. Faremo dunque cerchi in piazza e balleremo, che il folklore tanto piace al re di turno, ma continueremo anche a insegnare ai figli e alle figlie la storia, il sardo e il valore di avere una barca in porto sempre ancorata, perché questo giorno non è stato pagato in balli, ma col sangue e col coraggio di chi ci ha fatto salire sopra i nostri oppressori. È per questo che è festa, è per questo che tanti sardi si scambieranno oggi una barchetta di carta come augurio di liberazione da ogni dominio. Se qualcuno si sente infastidito da quelle barchette fatte dalle mani di grandi e piccini, forse dovrebbe chiedersi il perché.

Michela Murgia



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