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In questi giorni di festa ci siamo scambiati molte volte l’augurio reciproco di buona salute. Il nostro “star bene” però non dipende solo dall’essere sani o malati, tantomeno dagli auguri. Una parte sostanziale del benessere sta nell’essere proprio in buona salute sia nel corpo che nella mente e nelle relazioni con l’ambiente di vita: un ben-essere individuale e un ben-essere comunitario.

Com’è lo stato di salute di ciascuno in Sardegna e com’è quello della comunità-ambiente in cui vive ognuno di noi?
Ci piacerebbe poter dire che è buono ed è uguale per tutti, ma sarebbe falso: le condizioni di salute sono tante quante sono le disuguaglianze sociali che ci dividono. La fragilità sociale si accompagna infatti spesso a una condizione di fragilità sanitaria che genera una sorta di area grigia di malessere diffuso, ignorato da tutti. Più siamo poveri, più è a rischio la nostra salute, al punto che ogni anno tre persone su cento interrompono le cure perché non possono permettersele. Ci piace ripeterci tra di noi che la Sardegna sia un luogo più vivibile di altri, ma i dati ci mostrano il contrario, rivelandoci una presenza di indicatori di svantaggio sociale mediamente più alta che in Italia: abbiamo troppe fragilità relative alla casa, all’alimentazione, all’istruzione, all’ambiente in cui viviamo, al lavoro e al reddito delle famiglie, all’equità, alla coesione e alla pace sociale, e questi fattori incidono sulla nostra salute molto più dell’efficienza dei servizi sanitari. Quanti dei soldi della sanità e delle politiche sociali in Sardegna sono spesi per migliorare questi aspetti? La sanità consuma le maggiori risorse della spesa pubblica, ma quei soldi raggiungono davvero gli obiettivi di salute e assistenza sociale che i sardi si aspettano? Per noi la risposta è: non a sufficienza. Da cosa dipende?

L’organizzazione degli ospedali, delle case di cura, dei servizi di salute mentale e degli altri servizi sanitari e assistenziali è importante, ma troppo spesso – anziché mettere al centro la persona e i suoi bisogni – è finalizzata a offrire servizi fini a se stessi. Questa gestione della rete sociosanitaria non è in grado di modificare gli ambienti di vita sociale per creare comunità di abitanti che vivono la solidarietà e che sviluppano “comunità”, condividendo le buone relazioni sociali che sono alla base del benessere sociale, collettivo e comunitario. Perché il sistema sanitario e sociale riesca a incidere sul ben-essere dei singoli sardi e delle comunità, occorre che le sue strategie siano messe in sinergia con quelle di altri settori come il lavoro, l’industria, la scuola e l’istruzione, l’agricoltura, l’ambiente e il turismo, attraverso politiche integrate e intersettoriali che leghino la sicurezza degli individui e della comunità a quella del territorio. Ora non avviene e i sedici morti dell’ultima alluvione ne sono purtroppo la drammatica prova.

Stiamo anche facendo troppo poco per individuare e rimuovere le cause di malessere dei sardi: l’area di Cagliari, che ospita la più grande raffineria del Mediterraneo e due poligoni militari ad alto rischio per la salute, non ha nemmeno un registro dei tumori. Stiamo sottovalutando i dati demografici, che ci dicono che nel giro di pochi anni avremo una popolazione prevalentemente anziana: il sistema sardo della salute oggi è impreparato ad affrontare questo fenomeno, sia negli aspetti sanitari che sociali. Siamo poco attrezzati anche per fermare le nuove povertà, correlate alla disoccupazione e alla inadeguatezza dei redditi familiari: tutto ciò incide sui risultati di salute, perché chi è povero non può accedere ai servizi sanitari sempre più spesso a pagamento, né ai servizi sociali per i quali è richiesta contribuzione. Le nuove povertà aumentano le situazioni di disagio mentale, i disturbi del comportamento nonché il rischio di cadere nell’abuso di alcool e droghe e, fenomeno sempre più allarmante, nel vizio del gioco che per molti rappresenta l’unico tentativo di cambiare la propria sorte e che invece finisce col rivelarsi una trappola mortale sia per gli aspetti patologici, sia perché contribuisce ad impoverire ulteriormente l’individuo. Un altro fattore di malessere è la condizione della donna, che è più esposta al malessere a causa delle pratiche diffuse di violenza sessista e alla carenza strutturale di medicina e diagnostica di genere. Nonostante questo le donne sono ancora le uniche a farsi carico dei problemi legati alle persone anziane non autosufficienti, con problemi di salute mentale o alle disabilità, e sempre più si rendono necessari interventi di aiuto familiare (il cosiddetto badantato) per assistere il proprio parente anziano in casa. L’elemento geografico ha un peso ancora troppo rilevante sul diritto alla salute: alcuni territori soffrono di una non equa distribuzione dei servizi socio-sanitari, che stentano a essere garantiti perché concentrati prevalentemente nelle aree urbane. Inoltre le migliori competenze sanitarie e sociosanitarie, soprattutto quelle giovanili, non trovano occupazione e possibilità di sviluppo nel sistema della salute della Sardegna e sono costrette ad emigrare distogliendo le loro energie ai bisogni dei sardi.

Noi abbiamo un’altra idea della salute dei sardi.

Pensiamo che sia necessario riportare il sistema sanitario e sociale della Sardegna ai principi ispiratori che portarono gli organismi internazionali competenti a emanare alcune direttive per la tutela della salute fisica, psichica e sociale dei popoli:

  • L’Organizzazione Mondiale della Sanità che propone di passare da un concetto di cura e sanità a un concetto di salute dell’individuo e delle comunità e a una presa in carico globale e personalizzata.

  • La Conferenza di Alma ATA che propone una Carta per la Salute dei popoli, mai attuata in concreto e che considera la salute “una questione sociale, economica e politica e soprattutto un diritto umano fondamentale. Ineguaglianza, povertà, violazione, violenza e ingiustizia sono le radici di una salute malata e la morte di gente povera ed emarginata. Salute per tutti significa sfidare interessi potenti, combattere la globalizzazione e cambiare drammaticamente le priorità politiche ed economiche”.

  • La Carta di Ottawa che nel delineare i principi per la promozione della salute incoraggia la gente a sviluppare le proprie soluzioni e a responsabilizzare sia le autorità locali che i governi nazionali, le organizzazioni internazionali e le corporazioni.

  • La ratifica Italiana della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Le persone con disabilità non devono più chiedere il riconoscimento dei loro diritti, bensì sollecitare la loro applicazione e implementazione, sulla base del rispetto dei diritti umani. Le persone con disabilità diventano parte integrante della società umana. La Convenzione sottolinea i valori che non sono mai stati applicati prima alle persone con disabilità, come ad esempio: il rispetto della dignità intrinseca, l’autonomia individuale, compresa la libertà di compiere le proprie scelte, e l’indipendenza delle persone.

Poniamo dunque l’equità, lo sviluppo ecologico e sostenibile e la coesione e pace sociale alla base della nostra idea di salute per i sardi, affinché il benessere individuale e comunitario sia a portata di tutti. Vogliamo una società sarda dove una vita felice possa essere una realtà a cui ognuno può tendere.

Pensiamo che le politiche socio-sanitarie debbano essere orientate alla trasformazione delle condizioni sociali, ambientali, culturali, economiche e strutturali e al rinforzo delle capacità e dei livelli di autonomia delle persone nelle scelte che hanno un impatto sulla salute individuale e collettiva. Questo significa riconoscere l’importanza del coinvolgimento di ogni singola persona e di tutta la comunità nelle modificazioni delle condizioni che influiscono sullo stato di salute. Con una parola difficile ma intraducibile, questo processo si chiama empowerment.

Pensiamo che con questo processo di azione sociale le persone, le organizzazioni e le comunità dei sardi possano acquisire competenza sulle proprie vite, al fine di cambiare il proprio ambiente sociale e politico per migliorare l’equità e la qualità di vita. Questa acquisizione di competenza su stessi è particolarmente urgente nell’ambito delle patologie che in Sardegna risultano statisticamente più incidenti, come la talassemia, la sclerosi multipla e il diabete.

Pensiamo anche che le strutture organizzative e i servizi sociali e sanitari debbano aumentare la partecipazione di chi ci lavora dentro, per migliorare l’efficacia dell’organizzazione e l’efficienza negli scopi. Vogliamo valorizzare la risorsa umana e professionale degli operatori della salute, stabilizzandola e mantenendola in terra sarda.

Pensiamo che sia utile migliorare le connessioni tra le organizzazioni e le agenzie presenti nella comunità, per sviluppare una “comunità di competenze” nei territori della Sardegna. Questo risultato è una delle strade per ridurre l’ospedalizzazione e l’istituzionalizzazione delle patologie, mantenendo – per quanto è possibile – le persone nel proprio nucleo familiare, nel proprio territorio e vicino ai propri affetti.

Pensiamo che la promozione della salute debba essere intesa come specifica “tecnologia organizzativa sanitaria e di pensiero socio-sanitario” che può e deve essere usata nel lavoro quotidiano delle strutture sanitarie e sociali: tutti possono infatti sviluppare comportamenti professionali, organizzativi e relazionali che mettano in grado le persone/pazienti, le loro associazioni di rappresentanza, i loro familiari, i dipendenti e la comunità di aumentare il controllo sui fattori che influenzano la salute e di acquisire il maggior grado possibile di autonomia. Anche per questo promuoviamo la territorializzazione dei servizi, evitando la loro duplicazione e incentivando la messa in rete di quelli già esistenti e capillarizzati (medici di famiglia, farmacie, volontariato, associazioni, terzo settore, servizi sociali comunali).

Pensiamo che l’essere occupati e sentirsi utili e valorizzati siano risposte molto valide all’insorgere e al radicarsi del disagio sociale e quindi del malessere. Per gli adulti questo significa avere lavoro e opportunità culturali e di relazione e per i bambini significa avere spazi di gioco, di sport e di libertà naturale dove maturare alternative di vita e speranza per il futuro. Dove mancano queste opportunità, nessun ospedale, nessun ambulatorio e nessun servizio sociale può garantire la salute.

Se hai questa idea di salute, ma soprattutto se ne hai altre, vieni domenica 5 gennaio all’Open Space Technology sulla sanità e sui servizi sociali. Saremo a Cagliari all’hotel Regina Margherita dalle 10 alle 17.


Ci si iscrive da http://sardegnapossibile.com/progettiamo/

Ti aspettiamo!

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