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Sardi e catalani: il momento della solidarietà

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Il governo catalano è determinato nel perseguire un referendum sull’autodeterminazione. Madrid risponde con minacce gravissime. È il momento della solidarietà e della democrazia, anche da parte dei popoli vicini, come il sardo.

 

DEMOCRACIA

In Catalogna lo chiamano “el procés”, il processo. Ci lavorano in modo esplicito da almeno dieci anni, sospinti da due grandi associazioni, Òmnium cultural e l’ANC (Assemblea Nacional Catalana) che svolgono un lavoro importantissimo di radicamento, paese per paese, nel tessuto civico e culturale della società catalana. Nel parlamento catalano c’è una maggioranza assoluta di voti indipendentisti, una diecina dei quali appartiene alla CUP, Candidatura di unità popolare, una forza politica giovane, municipalista, assembleare, anticapitalista (l’unica, credo, che lo dichiari esplicitamente nei suoi programmi); gli altri 62 deputati appartengono a una coalizione (“Junts pel Sí”, Insieme per il Sì) creata in funzione dell’attuale tappa costituente. La Catalogna è, oggi, un laboratorio politico straordinario, un luogo di dibattito sulle alternative possibili come ce ne sono pochi in Europa. La richiesta di un referendum vincolante sulla creazione di un nuovo stato, la repubblica catalana, viene sostenuta dall’80% della popolazione, quindi anche da forze politiche che non sono favorevoli alla separazione, ma condividono l’idea che l’unico modo per dirimere questa richiesta è il pronunciamento democratico. La determinazione civica e politica ad andare avanti fino in fondo in questo percorso è, ormai, inarrestabile.
Davanti alla forza di questa marea, il presidente del governo spagnolo, Mariano Rajoy, minaccia. Sappiamo che la Spagna è l’unico paese in Europa che non vede crescere forze di estrema destra, forse perché il Partido Popular le ingloba al suo interno. Purtroppo la tappa franchista non è stata chiusa in modo definitivo e chiaro, e continua a pervivere in modo latente, e talvolta esplicito. I precedenti storici fanno impressione, perché anche gli anni ’30 del secolo scorso erano momenti di sgretolamento di equilibri sociali e di valori, a partire da una crisi economica gravissima. E oggi, se possibile, il grado di violenza dei poteri economici si mostra in modo ancor più scoperto, implacabile e pervasivo.
Dall’altra parte, c’è la forza di una comunità come quella catalana, complessa ed evoluta, un popolo pacifico e democratico che ambisce al proprio autogoverno come massima realizzazione del suo potenziale collettivo. Questo processo, così come quello scozzese, interessa molto anche noi, come sardi che credono nell’idea che la democrazia sia la volontà del popolo e non quella degli oligarchi. Oggi, più che mai, dobbiamo tenerci ben informati per capire ciò che succede a ovest della Sardegna, perché la stampa italiana e anche quella spagnola sono, in generale, molto parziali nel descrivere, e talvolta squalificare, ciò che accade. I catalani hanno scelto la strada democratica, che è quella del coinvolgimento della società e delle istituzioni, a cominciare dai Comuni. La storia conosce altre lotte di liberazione che sono dovute passare per momenti di tensione e di repressione. Ma, come diceva Gandhi: “prima ti ignorano; poi ridono di te; poi ti attaccano; poi vinci”. Rajoy minaccia perché ha perduto ogni altra forza. Ora si entra nella fase più difficile, quella della tensione e dello scontro. Tuttavia, la capacità di sostenere il conflitto in modo democratico e nonviolento è la chiave per uscirne, alla fine, vittoriosi. Sardegna Possibile è solidale col popolo catalano che, attraverso le sue istituzioni di governo, esige un referendum come via democratica per esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione. Ciò che non è tollerabile in alcun modo è la minaccia, da parte dello stato spagnolo, dell’intervento armato o anche solo del sequestro dell’autonomia. Non si può pretendere di risolvere con i tribunali o con le armi una domanda politica, sostenuta in modo pacifico e democratico. Seguiamo “el procés” con la volontà di sostenerlo, da popolo vicino, e imparare dagli amici catalani quanto più possibile.

Stefano Puddu Crespellani



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