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Tagli all’univerità: la risposta di Marina Spinetti

Categories: Rassegna Stampa

Marina Spinetti

Marina Spinetti ha 50 anni, cittadina della bellissima isola de La Maddalena. Laureata in lettere classiche, insegna latino e greco al liceo classico dal 1987. Si occupa da molti anni di politiche della scuola, attraverso progettazioni contro la dispersione. Ideatrice e coordinatrice per conto dell’USR del progetto ForMare, di alternanza scuola lavoro, che ha visto coinvolti nello scorso anno 500 allievi di Istituti tecnici e professionali di tutto il territorio sardo. Operatrice culturale, Presidente dell’associazione culturale Asibiri, con cui organizza, tra le altre cose, Seminari di Letteratura per incrementare il turismo culturale ai fini della destagionalizzazione.

Candidata nella lista Gentes con Michela Murgia Presidente, si è occupata delle elaborazioni sulla scuola della coalizione Sardegna Possibile.

Dottoressa Spinetti, come messo in luce per primo da Nicola Ibba, candidato per Sinistra Sarda, la giunta uscente ha previsto  una finanziaria che indice gravi tagli all’istruzione, in particolare riguardanti fitto casa e assegni di merito. Un duro colpo al diritto allo studio. Che pensa a proposito?

Penso che, oltre alle necessarie competenze, su questo tema basti il buon senso, quello che guida i comportamenti delle tante madri e dei tanti padri della nostra isola capaci di tutte le rinunce pur di mettere i propri figli nelle condizioni di studiare. Così dovrebbe fare un consiglio regionale: si tagli il superfluo, gli sprechi degli enti strumentali e dell’apparato regionale e si incentivino i fondi per il diritto allo studio.
La politica è frutto essenzialmente di scelte. Dalle scelte su dove tagliare e dove investire, dato che non si può investire ovunque, deriverà poi il giudizio sull’azione di governo. E su questa il mio, da insegnante, è pessimo.
E se per affrontare l’emergenza basterebbe un reinvestimento, ritengo però nei tempi lunghi vada riformato l’intero sistema sardo di sostegno agli studenti universitari, come prevediamo nella nostra proposta di legge quadro, al fine anzitutto garantire la certezza del beneficio monetario per tutto il periodo degli studi, già dall’ultimo anno delle scuole superiori. I livelli essenziali delle prestazioni devono essere definiti in termini di condizioni (minime) di merito, da innalzarsi progressivamente, al fine di garantire la conclusione degli studi nei tempi previsti dagli ordinamenti, di condizioni economiche (massime) per ottenere la borsa di studio, di cui va definito l’ammontare, legato alla copertura dei costi “essenziali” di mantenimento.
Occorre poi migliorare gli interventi per i corsi di studio postlauream (master, specializzazioni, perfezionamento, ecc.).
Lo strumento delle borse andrebbe poi opportunamente integrato con:
-prestiti fiduciari (a fondo perduto, senza necessità di presentare garanzie reali o personali di terzi e senza interessi).
-Assegni formativi: costituiscono un concorso economico per ridurre i costi di iscrizione e frequenza a master e a percorsi di alta formazione e specializzazione. Gli assegni formativi sono attribuiti per una sola volta nel corso degli studi. Si accede tramite concorso.

Secondo lei si dovrebbe riflettere sul fatto che questi provvedimenti siano stati poco pubblicizzati e sono effettivamente poco conosciuti dai più? 

Nei luoghi che frequento io sono purtroppo molto conosciuti. Alludo alla scuola. Insegno in un Liceo ed essendo da anni responsabile dell’Orientamento in uscita, tocco con mano i disagi che negli ultimi anni stanno incontrando studenti e famiglie, a causa della mancanza di certezze su tempi ed entità delle erogazioni. E poi sono anche madre di un diplomando, quindi li vivo in prima persona.
Effettivamente non ho visto grandi levate di scudi sulla stampa sul tema, non quante se ne sentono per le battute o gaffes del politico di turno. La triste boutade del comico di Arcore sul palco della Fiera ha suscitato più titoloni di un diritto negato. C’è da pensare che i politici non facciano gaffes a caso ma per distrarre con ciò che dicono da ciò che fanno. Letto così, il fascismo sarebbe stata una gaffe lunga vent’anni.

Come denuncia ancora Ibba nella sua pagina facebook sono stati eliminati anche i contributi per il prestigioso istituto del visiting professor e altre opportunità di confronto internazionale. La Sardegna dovrebbe aprirsi e non chiudersi in questo senso, è d’accordo?

Conoscere e riconoscere orgogliosamente la nostra tradizione e specificità è un incentivo alla competitività e all’apertura internazionale, non sintomo di chiusura. Tradizione ed internazionalizzazione sono assolutamente complementari, viaggiano insieme.
Ritengo quello del visiting professor un ottimo strumento, peraltro ho esempi familiari dell’efficacia: mio fratello è un architetto paesaggista che dall’Università di Monterrey ha utilizzato e agevolato questo strumento con l’Universitá di Alghero, e viceversa.
Ritengo però meno efficaci le visite brevi ed estemporanee, del tutto insufficienti per la maggior parte degli ambiti di studio e per alcune attività di ricerca. Meglio, seppur più impegnative, sia dal punto di vista degli interventi finanziari sia della programmazione, le collaborazioni di ricerca di tempi più lunghi: dalle due settimane al trimestre. E’ giusto, naturalmente, pretendere che il programma sia gestito al meglio e che l’efficacia degli interventi venga considerata e vagliata con la più grande attenzione. Calendari di lezioni, attività di ricerca, lavori di gruppo non si improvvisano da un giorno all’altro. Una visita lunga, una collaborazione, va concordata e organizzata con molti mesi d’anticipo. Ma l’investimento può produrre buoni risultati.

Ancora sull’internazionalismo: molti candidati – pressoché di tutti i partiti in gioco – hanno insistito sulla necessità di potenziare l’insegnamento del Sardo. È importante  puntare sul mantenimento e il rafforzamento del patrimonio culturale e linguistico della nostra isola; per quanto concerne le lingue straniere, – in particolare l’inglese – crede che sia necessario fare in modo che sia più studiate, meglio studiate?

Come nella risposta più sopra, mi sento di dire che tradizione ed innovazione non solo non sono in contraddizione ma vanno a braccetto. Sardo ed inglese sono complementari, ma nella consapevolezza che sono lingue diverse e vanno instaurati metodi di insegnamento diversi. Mi rifaccio alla terminologia linguistica, che è peraltro il mio settore: diversa sarà, dalla scuola dell’infanzia, l’insegnamento di una L1 (madrelingua), di una L2 (seconda lingua) o di una LE (lingua sconosciuta). Il sardo è oggi per la maggior parte dei bambini una L2, per alcuni una L1.
Se si accetta questo discorso, va da sé che una lingua “naturale”, parlata in famiglia e nella comunità di base (dai nonni, nelle feste), può essere certo trasferita in
classe ma con un metodo moderno e aggiornato. Ma ciò significa che si deve trattare della lingua che si sente nella comunità di base. Soltanto cosí l’effetto sarà sicuro e la lingua etnica potrà essere salvata. Diversa sarà la didattica di una LE come l’inglese. È una questione di metodi diversi, non di priorità di una a scapito dell’altra.

Infine, riassumendo, cosa propone Sardegna Possibile nella legge del quadro istruzione da lei redatta? Cosa si prospetta per rafforzare l’apparato educativo nel suo complesso? 

Da troppi anni ci manca lo strumento che dia organicità e sistematicità agli interventi sulla scuola. La scuola sarda deve avere standard migliori di quelli che le assicura la legge nazionale per questo è necessario che si approvi una legge regionale che tuteli la scuola, che la faccia diventare perno di tutte le politiche. Una legge quadro appunto. Nel nostro programma di governo è il primo provvedimento. Con il gruppo di lavoro dell’assessorato ne abbiamo già scritta una bozza, in cui, oltre le proposte già toccate più su, sono presenti i seguenti punti chiave finalizzati ad aggredire il fenomeno della dispersione scolastica, anche attraverso la lotta al precariato.
– riduzione del numero massimo di alunni per classe, perchè qualità ed efficacia dell’insegnamento migliorano nelle classi non sovraffollate
– stabilizzazione degli insegnanti e continuità didattica. Eliminazione o riduzione al minimo del fenomeno del precariato, anche attraverso lo strumento delle compresenze che hanno il duplice vantaggio di lotta al precariato e alla dispersione.
-attività di recupero a favore degli studenti in difficoltà e per favorire l’acquisizione del diploma anche agli adulti sprovvisti del titolo.
– integrazione tra istruzione-formazione professionale mediante patti territoriali e alternanza scuola-lavoro (abbiamo già realizzato un micromodello realizzato con ForMare)
La scuola è paradigmatica perché, più di altre espressioni della società, richiama e riassume in sé tutte le altre questioni aperte: le nostre dipendenze, i nostri deboli processi di identificazione collettiva, le nostre carenze infrastrutturali, il rifiuto di dotarci degli strumenti economico-finanziari per poter attivare investimenti congrui nei settori nevralgici dell’istruzione e della ricerca, la marginalizzazione dell’irrisolta questione linguistica (che con l’abbandono scolastico ha molto a che fare), la devastazione del tessuto produttivo e sociale dell’Isola. Purtroppo è lecito dubitare che la maggior parte dell’attuale classe politica sarda sia stata in grado – posto che si sia resa conto dell’emergenza – di assumersi questo compito essenziale. Dovrà essere la società civile, insieme alle forze intellettuali e politiche più dinamiche e per nulla compromesse con i giochi di potere dello status quo, a farsi carico di un mutamento di paradigmi e di prospettiva non più eludibile
Comunque per chi fosse interessato ad approfondire o discutere, domani, mercoledì 5 Febbraio all’Hotel Regina Margherita, dalle 17.00, insieme a Michela Murgia esporremo gli aspetti principali della nostra proposta di legge quadro sul diritto allo studio.

Intervista di Ignazio Angelo Pisanu uscita su notizienazionali.net



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