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Nuraghe Santu Antine (Torralba)

Goethe una volta disse che le cose che amiamo ci modellano a loro somiglianza. In nessun ambito questa affermazione si è rivelata vera come nel rapporto tra noi e il territorio a cui apparteniamo. Siamo sardi perché abbiamo avuto la fortuna di nascere in Sardegna, e se questo non è merito nostro, è però vero che è una nostra responsabilità, che comincia dal riconoscere che non sempre siamo passati leggeri sulla nostra bella terra. Apparteniamo a una specie impattante: tutto quello che facciamo in questo grande e complesso ecosistema comporta delle conseguenze. Non tutte sono prevedibili, ma alcune sì. Sappiamo già che usare il petrolio significa consumare una fonte non rinnovabile e nel frattempo respirarne i fumi. Sappiamo che usare pesticidi significa, prima o poi, ingerirli nel cibo e doversi curare. Abbiamo capito che incendiare le foreste senza piantare altrettanti alberi significa desertificare il territorio e diventare poveri in una generazione. Ci è oggi amaramente più chiaro che cementificare i letti dei fiumi e deviarne il corso significa piangere morti ogni autunno. Sappiamo anche che non avere una pianificazione urbanistica significa condannare le persone a vivere per sempre in luoghi brutti, mentre permettere ai militari di sperimentare ogni tipo di armamento nel nostro territorio significa pagarne le conseguenze sul piano della salute nostra e della terra. Sappiamo anche che tenere tutto fermo per paura di fargli del male significa rinunciare a governare i cambiamenti e le modificazioni naturali degli ecosistemi di cui anche l’essere umano è parte attiva.

Vogliamo riconoscere e dare valore alle risorse naturali di cui la Sardegna è ricca e vogliamo che queste risorse siano considerate beni comuni, perché da questo dipende la prosperità del nostro presente e il benessere delle generazioni future. La terra fertile, i fiumi, il sole, l’acqua delle falde, il vento, il mare e le foreste sono potenzialità di lavoro e sviluppo economico così consistenti in Sardegna da essere persino sovradimensionate per i numeri della nostra popolazione: siamo ricchi e non lo sappiamo. Forse per questo fino a ora abbiamo permesso che queste ricchezze venissero depredate, inquinate, violate e compromesse da interessi che sono venuti indistintamente da fuori e da dentro l’isola. Non deve più accadere.

Vogliamo essere padroni dell’energia prodotta in Sardegna e godere di tutti i suoi benefici economici, generandola in modo intelligente e sostenibile. Attualmente l’energia in Sardegna viene prodotta e venduta sulla base degli interessi di grandi gruppi privati, ma le fonti energetiche fossili (carbone, petrolio e gas) sono ad esaurimento in tutto il mondo e non rappresentano più il futuro: per questo non siamo interessati a sfruttare le risorse limitate e inquinanti ancora presenti nel sottosuolo sardo. Crediamo invece che sia vitale per il nostro futuro, per la nostra salute e per il nostro reddito regolare in modo chiaro lo sfruttamento delle risorse naturali del vento, del sole e dell’acqua, facendo in modo che i benefici derivanti dal loro sfruttamento siano a favore dei sardi. Abbiamo ben chiaro quanta energia ci serve e come e dove vogliamo che sia prodotta perché non sia di danno alla nostra salute, a quella del territorio e alla nostra economia.

Vogliamo essere parte attiva e cosciente degli ecosistemi sardi senza devastarli. Per secoli abbiamo vissuto in equilibrio con gli ecosistemi, ma da anni sembriamo aver dimenticato come si fa. Dobbiamo tornare a riappropriarci del rapporto con il nostro territorio, perché è con esso che ci nutriamo, ci difendiamo e generiamo il nostro benessere economico. Il territorio uccide solo quando non è compreso, governato e usato correttamente. Per questa ragione non possiamo più permettere la reiterazione di quello che ha già dimostrato di essere dannoso per noi e per i figli che verranno, cioè le attività industriali irrazionali e inquinanti, le servitù militari e le speculazioni energetiche ed edilizie. Quelle attività hanno costi sociali altissimi in termini di salute e perdita di valore territoriale, costi nemmeno paragonabili agli scarni benefici individuali. Una politica responsabile deve agire subito per evitare che tra dieci anni quelle attività rappresentino ancora la voce più importante della nostra economia.

Vogliamo che chi sceglie di interagire correttamente con l’ambiente e il territorio sia riconosciuto e rispettato in qualità di componente fondamentale e trainante del nostro mercato del lavoro e della nostra società.
La foresta sarda, per le sue grandi e importanti estensioni e caratteristiche di varietà e qualità, ha le potenzialità per offrire un posto di lavoro stabile ogni 20 ettari. Il mare che chiamiamo “nostro” può nutrirci a prezzi competitivi che siano in grado di sostenere una solida economia a filiera locale. Le imprese sarde che si occupano di energie rinnovabili sono già in grado di costituire un comparto industriale ad altissimo valore aggiunto e grande competitività, che alimenti un mercato in forte crescita attraverso lo sviluppo della ricerca e dell’applicazione delle innovazioni tecnologiche. Le nostre imprese edili sono in grado di costituire, fin da ora, un potente comparto industriale per la produzione di materiali compatibili e imporre la bioedilizia come prassi portandola fuori dalla nicchia di mercato in cui staziona. Tali attività hanno un indotto potenziale enorme. Le nostre aree protette possono diventare una stabile fonte di reddito, se gestite sapientemente. Il turismo sostenibile è un’economia fondamentale per il nostro futuro e si basa sulla corretta conservazione della risorsa naturale alla base dell’offerta turistica. Crediamo che gran parte del mercato del lavoro sardo possa orientarsi, attraverso una adeguata programmazione, verso le professioni legate all’interazione con le risorse naturali e con l’ambiente in generale. Per questa ragione per noi chi esercita una professione legata all’ambiente – dal boscaiolo all’agronomo, dal pastore all’installatore di impianti fotovoltaici, dal coltivatore diretto all’impiegato dell’ARPAS, dal forestale al volontario della protezione civile, dalla guida ambientale all’ingegnere idraulico, dal paesaggista al pescatore – merita spazi di formazione e modalità di riconoscimento sociale ed economico molto maggiori di quelli di cui gode ora.

Vogliamo che la conservazione del nostro paesaggio, anche simbolico, generi benessere sociale e valore economico in favore dei sardi. Vogliamo poter godere dell’ambiente e delle risorse del territorio, curandolo e modificandolo con saggezza e con consapevolezza. Non sempre abbiamo dato prova di queste doti e spesso abbiamo permesso il furto e lo scempio di paesaggi dal valore irripetibile, ma siamo convinti che chi conosce ed è formato a riconoscere il valore dei sistemi naturali può interagire con essi in modo sostenibile e contemporaneamente farne parte, traendone benefici e apportandone altrettanti. Per questo sentiamo la necessità di riscrivere in modo partecipato il Piano Paesaggistico e di affiancarlo a una Legge Urbanistica Regionale moderna e ispirata ai più avanzati principi di pianificazione e tutela del territorio. È anche il motivo per cui sentiamo il bisogno di investire in formazione al rispetto dell’ambiente nelle scuole di ogni ordine e grado, insegnando ai nostri figli a preservare anche le aree a tutela integrale, banche viventi di biodiversità, che garantiscono la sopravvivenza al resto del paesaggio e a chi lo abita. Solo con queste premesse sarà possibile superare il concetto di congelamento integrale del territorio che fino a ora ha decretato la separazione artificiale tra la natura e ciò che l’uomo vive e trasforma.

Vogliamo governare la gestione dei rifiuti prodotti in Sardegna in modo che costi meno e generi posti di lavoro e filiere di produzione locali. I rifiuti sono risorse non riconosciute ed è per questo che ancora tanti sardi offendono la bellezza delle nostre campagne abbandonandoli come scarti. Lo smaltimento sostenibile dei rifiuti è infatti una cultura di civiltà, ma anche una voce forte delle economie evolute. In Sardegna viviamo un doppio paradosso. Da un lato siamo grandi differenziatori, ma nessuno di noi beneficia delle opportunità di lavoro offerte da questa virtuosità e dal riciclo dei materiali nobili: il loro trattamento è infatti totalmente demandato all’esterno dell’isola, sebbene a carico delle nostre bollette Tares e Tarsu. D’altro canto corriamo il rischio di veder arrivare, con la complicità di grandi industriali dell’energia, forti quantità di rifiuti indifferenziati da altri territori, da conferire negli inceneritori o nelle centrali termoelettriche. Per noi i rifiuti indifferenziati non sono un combustibile, da qualunque parte provengano. Vogliamo invece investire sulla nascita di filiere di trattamento dei rifiuti differenziati in Sardegna, perché crediamo che la loro gestione corretta possa rappresentare una importante fonte di occupazione stabile. Diciamo no, oggi e sempre, all’arrivo, al transito e allo stoccaggio di rifiuti nucleari o di altra contaminazione.

Vogliamo che la gestione delle acque sia ripensata per eliminare gli sprechi e rendere la risorsa meno cara per le famiglie e per le aziende. Oggi la distribuzione, la potabilizzazione, la depurazione e la gestione delle opere idrauliche sono azioni svolte in modo disorganico e senza una pianificazione adeguata. L’eccessiva rigidità burocratica e la consolidata lottizzazione clientelare che caratterizza gli enti regionali preposti determina dei costi insostenibili per i bilanci pubblici, che ricadono inevitabilmente sulle nostre bollette. Crediamo che un riordino generale della gestione pubblica delle acque debba passare necessariamente per un ripensamento strutturale di Abbanoa e degli altri enti regionali. Attraverso la razionalizzazione di condotte e gestioni i costi dell’acqua per cittadini e imprese possono essere ridotti entro una legislatura.

E’ un manifesto sul territorio? Crediamo di sì e per questo lo si può anche firmare e condividere nel modulo mobile a destra.

E’ però soprattutto una dichiarazione di impegno: la gestione del territorio avrà un peso molto rilevante nelle proposte del programma elettorale che stiamo costruendo per la nostra coalizione. E’ con questa  attenzione al tema della terra che nei mesi passati abbiamo incontrato sul territorio decine di comitati, sindaci, liberi cittadini e professionisti degli spazi e delle risorse a tutti i livelli: li abbiamo ascoltati e abbiamo costruito grazie a loro la domanda intorno alla quale vogliamo ragionare insieme nel prossimo Open Space Technology.

“Quali strumenti ci servono per riconoscere e dare valore ai nostri beni comuni?”

Domenica 8 dicembre dalle 10 del mattino alle 17 ci ritroveremo ad Olbia e proveremo a dare una risposta.

Se pensi di poter dare un contributo al tema, iscriviti all’OST: partecipare è gratuito e non implica l’adesione al progetto di Sardegna Possibile.

Puoi farlo semplicemente cliccando qui.

Cosa si fa in un Open Space Technology? Facciamo prima a fartelo vedere che a spiegarlo: dai un’occhiata a questo video

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