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pubblicato da t.scarpa nella rubrica giornalismo e verità il 29 gennaio 2014

Ha il sentore di un fragoroso “Ooops!” la reticenza di Repubblica su Michela Murgia da quando si è candidata Presidente della regione Sardegna. La scrittrice di Cabras ha fatto outing fin da subito, ha dichiarato il suo indipendentismo e la sua indisponibilità ad allearsi con il centrosinistra, né tantomeno a fare un passo indietro per non avvantaggiare il Pdl [1]. Così, se non vincerà le elezioni, rischia di farle perdere al Pd. E in ogni caso, come ha dichiarato lei stessa, ha già vinto, perché ha dimostrato che mettendosi in gioco si può fare tantissimo e si può fare altrimenti. Un’altra politica è possibile.

Sta facendo campagna elettorale in un modo diverso dagli altri, partecipativo e consapevole dei metodi dello storytelling politico; tiene conto della lezione di Obama, ma si fonda soprattutto sulla sua innata disposizione all’ascolto. La sua scelta non è certamente improvvisata, viene da una lunga rincorsa, intellettuale e fattiva, dato che da anni interviene con appassionata cognizione di causa sulla situazione della Sardegna e mette in piedi associazioni e iniziative (come Lìberos).

Insomma, c’è una persona che ha descritto il lavoro contemporaneo e la tradizione della sua terra, le venerate donne celesti e le falcidiate donne terrestri [2], ha un bagaglio di varie esperienze lavorative ma si è fatta conoscere con i suoi libri, quindi è una figura sociale che non coincide esattamente né con la politica professionale né con le professioni della cosiddetta società civile. Questa persona ha avviato un movimento che sta raccogliendo forti consensi in campagna elettorale. Non meriterebbe, se non altro, un inviato che la seguisse per raccontare dal vivo questa particolarità?

Se dà da pensare il silenzio di gran parte della stampa, lo dà al massimo grado quello di Repubblica: nessun reportage dettagliato su questo fenomeno clamoroso, su una scrittrice che, prima che si proponesse come candidata alle elezioni, proprio quel giornale aveva sostenuto come una delle sue punte di diamante. È un silenzio che esprime un madornale “Ooops!” di fronte all’impegno politico di Michela Murgia [3].

“Ooops!, ci eravamo messi in seno un’indipendentista radicale non disposta al compromesso e non ce ne eravamo accorti. Anzi, la esponevamo come bandiera della nostra superiorità culturale, invitandola a festival come ‘Repubblica delle Idee’, mettendo in home page i video dei suoi interventi, facendola scrivere sulle nostre pagine. Chi se lo aspettava che non restasse nei ranghi? Sembrava tutto così a posto… Una progressista, una narratrice amata dai lettori, una cristiana che pensa con la sua testa e che ha fatto studi di teologia, perfetta per un giornale il cui fondatore dialoga con il Papa e direttamente con Dio, da pari a pari, da candido barbuto a candido barbuto, lassù dal suo nimbo metafisico, metatricologico… E poi una donna dall’empatia contagiosa, e per di più sarda, in modo non convenzionale, folclorica ma contemporanea, periferica ma spiazzante…”

Il caso Murgia è esemplare, va collocato all’interno della storia recente della rappresentanza politica in Italia. Non è questo il luogo per ripercorrerla, e d’altronde in questi anni non si è parlato d’altro: la casta apparentemente democratica, in realtà impenetrabile e autoconservativa, la trafila per farsi strada nei partiti che spossa quelle energie che invece dovrebbero essere impiegate a vantaggio della comunità, i meccanismi di selezione o cooptazione, le correnti, la legge elettorale, l’obbrobriosa abolizione anticostituzionale delle preferenze, i tentativi di surrogarla con le primarie del Pd e le “parlamentarie” del Movimento Cinque Stelle…

La discussione, d’altronde, dura da qualche millennio: chi deve rappresentarci? Chi deve fare le scelte che ci riguardano? I filosofi, come voleva Platone? I tecnici competenti? La gente?, magari sprovveduta di regolamenti e galatei parlamentari, ma al corrente della vita reale, informata su quanto costa un’ora di babysitter e un ticket all’ospedale…

La rappresentanza politica è avvolta da membrane più o meno impermeabili, più o meno porose che separano le istituzioni dalla società. È molto interessante quando la tensione osmotica riesce a trovare nuovi passaggi. Ed è ancora più interessante quando trova varchi antichi che si rivelano inaspettatamente vitali.

Un’istituzione vecchia come la letteratura, per esempio. Quando è nata la letteratura? Con Omero. No. È nata con Archiloco. Non è nata quando un coro di cantautori girovaghi ha dato forma a un poema di guerra nazionale in cui tutti dovevano identificarsi, ma quando una voce dissenziente ha raccontato di essersela svignata durante la battaglia, abbandonando il suo scudo dietro un cespuglio. “Ora del mio scudo si farà bello qualcun altro, pazienza. Ma io sono vivo”.

Più ci penso e più mi sembra incredibile che la letteratura esista, che sia sopravvissuta ai poteri di ogni sorta e che sussista ancora oggi, di fronte a potenze molto più gigantesche e più capillari. Parlo della letteratura che discende da Archiloco, non di quella che discende da Omero. Parlo del dissenso individuale, non dell’unanimità pop, che poi in realtà nei secoli è stata commissionata e manipolata da corti e sovrani e governi e partiti e ditte e ha trovato altre strade più efficaci nei media, nel cinema, nella televisione, nello sport.

Negli ultimi decenni questo strano posto ammuffito ed energico, decrepito e scattante chiamato letteratura ha dato sempre più voce alle fantasie e ai resoconti di persone che appartengono a tutte le classi sociali, a tutte le età. Una vera anarchia nel senso migliore del termine, pur con tutte le distorsioni e gli sfruttamenti del marketing. C’è voluto il libro di un ventenne, Gomorra, per riuscire a riportare in prima pagina una situazione che veniva confinata stancamente nella cronaca locale, la sottomissione al crimine di intere regioni italiane.

E anche in questi anni la letteratura continua a esprimere qualche rappresentante politico, ma all’interno di partiti già strutturati, guidati da qualcun altro: nella legislatura scorsa, lo scrittore Gianrico Carofiglio era stato eletto col Pd; in quella in corso, la scrittrice Michela Marzano sempre con il Pd, lo scrittore Edoardo Nesi con Scelta Civica.

La scrittrice Michela Murgia ha scompaginato le carte. Non è rimasta dentro il piccolo guscio mediale che le avevano concesso i giornalisti, i gestori dell’opinione pubblica che l’avevano promossa a paladina nella loro tavola rotonda. Non si è acquattata nella rassicurante fedeltà agli schieramenti. Ha inventato qualcosa di innovativo e sorprendente. Ha dato ascolto a un sogno condiviso e si è buttata a realizzarlo, senza stare a fare troppi calcoli. In poche parole, Michela Murgia sta rompendo i coglioni, perciò è meglio che non se ne parli.


[1] Come qualcuno le ha chiesto capziosamente e paternalisticamente di fare – dimostrando di non avere compreso nulla della sostanza ideale e politica della proposta di Sardegna Possibile –, proprio su una testata locale del gruppo Repubblica-L’Espresso. Qui la risposta di Michela Murgia. La lettera pubblica, uscita sulla Nuova Sardegna, si può leggere anche qui.

[2] Mi riferisco ovviamente a Il mondo deve sapere, Accabadora, Ave Mary, L’ho uccisa perché l’amavo.

[3] Nelle testate nazionali dello stesso gruppo editoriale, solo la giornalista e scrittrice Loredana Lipperini, autrice insieme a Michela Murgia di un bell’instant-book sul femminicidio, le esprime anche oggi tutta la sua stima e la supporta: sì, ma soltanto sul suo blog, perché contemporaneamente l’home page di Repubblica si premura di avvertirci che “Il 2014 sarà rosa shocking. Borse, scarpe, abiti: scegli così”, e contemporaneamente il giornale cartaceo ci informa che “Tra gelosie e post politica nel cerchio magico di Silvio scoppia la guerra delle donne”. E dopo l’articolo che ho linkato sopra di Lorenzo Fazio – fra i primi a cogliere la dismisura tra il fenomeno Murgia e la superficialità o il disinteresse dei media –, Giacomo Russo Spena qualche giorno fa l’ha intervistata in maniera seria e articolata sul sito di Micromega. Tra gli altri giornali che finalmente se ne stanno occupando in questi giorni, spicca l’articolo di Giuseppe Salvaggiulo su La Stampa e questa intervista sul Manifesto, da cui vale la pena di riportare un passo: “Il Par­tito demo­cra­tico difende forze con­ser­va­trici, sostiene poteri forti. Nei comi­tati nati sui ter­ri­tori il Pd ce lo siamo tro­vati con­tro. Quando abbiamo soste­nuto la città di Arbo­rea con­tro la Saras, l’industria chi­mica che vor­rebbe deva­stare un ter­ri­to­rio a voca­zione agri­cola per cer­care nel sot­to­suolo gia­ci­menti di gas, la difesa del pro­getto Saras è venuta dal Par­tito demo­cra­tico, attra­verso i suoi eletti in con­si­glio regio­nale. Il Pd è ancora un par­tito di sini­stra? Noi rite­niamo che non lo sia.” Ed è significativo che la candidatura di Murgia abbia colpito un corrispondente straniero, su Internazionale.



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