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Urbanistica – Proposte per la cura del territorio e del paesaggio sardo

Categories: Pillole di Programma

In un momento in cui alcuni vorrebbero fare un passo indietro nella cura del paesaggio sardo, è invece l’occasione culturale e politica per fare un passo avanti e lavorare per progredire nella cultura urbanistica. Le recenti tragedie hanno convinto anche i più attardati che non si tratta di dare retta a qualche cassandra ambientalista, ma di fissare delle nuove regole di convivenza tra gli sbrindellati resti sociali di un tentativo di modernità e un un’isola, di cui a torto o a ragione vantiamo continuamente la bellezza.

Non si tratta di sferruzzare sui piani, abrogare qualche comma, tutelare un monumento o un fenicottero, correggere qualche retino ma, partendo da un’idea generale e integrata di sviluppo della Sardegna Possibile, di maturare una cultura urbanistica e produrre una legislazione coerente.

Nelle proposte di indirizzo che seguono, s’intrecciano temi non strettamente urbanistici, perché sono punti di un progetto organico di sviluppo nel quale il territorio non è più un indifferente supporto ad attività e funzioni economiche, ma l’espressione più alta della nostra identità culturale.

 

  1. LIMITARE E DELIMITARE I CENTRI URBANI

Nonostante il PPR-2006 all’art.3 avesse come primo principio “il controllo dell’espansione delle città” di fatto nel suo svolgimento attuativo non è riuscito a dotarsi degli strumenti idonei a contrastare il consumo di suolo agricolo.

Le città, a causa dell’ingordigia speculativa, sono ormai sovradimensionate rispetto alla popolazione e disperse rispetto alla possibilità di erogare i servizi. La dispersione e il sovradimensionamento sono causa di degrado e di aumento dei costi di gestione delle città stesse, che le amministrazioni cercano necessariamente di recuperare incrementando la tassazione.

Controllare non è sufficiente; è necessario limitare e delimitare.

Limitare la crescita infinita e indefinita significa fare i conti con il patrimonio già costruito, storico e moderno, e rinunciare alla logica parassitaria del “costruisco, consumo il territorio e poi mi sposto da un’altra parte”.

L’attività edilizia si deve occupare del restauro e della ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente, della riqualificazione delle aree marginali e degradate, del reimpiego delle aree dismesse da altre funzioni. Questa scelta strategica richiede un investimento iniziale maggiore, ma a lungo termine ha costi di gestione sostenibili e produce un miglioramento della qualità abitativa.

L’idea del limite introduce obbligatoriamente il tema del progetto del confine tra la città e la campagna, che è uno dei temi socialmente ed ecologicamente più delicati, ma che oggi è marginalizzato anche letterariamente con la parola “periferia”.

 

  1. RISTABILIRE IL LEGAME TRA CURA E UTILIZZO DEL TERRITORIO

Il territorio non esiste in natura, così come il paesaggio che ne è la fisionomia. Sono il prodotto di una simbiosi tra una cultura e un ambiente naturale e sono essi stessi cultura e natura.  

Il territorio è un’entità viva, la cui vita dipende dall’uomo. Non può essere musealizzata, poiché non è un catalogo di singoli oggetti, monumenti, alberi o ruscelli, ma una fisiologia di regole di coabitazione tra l‘uomo e la natura.

Non è un caso che il degrado di un paesaggio sia legato tanto ad azioni soverchianti e distruttrici quanto dal tradimento e dall’abbandono.

Prendiamo in considerazione, per esempio, un versante collinare terrazzato di uliveti: possiamo vincolare i terrazzamenti, le strade, i muretti a secco, financo gli ulivi, ma se i contadini se ne vanno, tutto è inutile.

Questo legame col territorio può evolversi nel tempo, ma il cambiamento non può avvenire se non come ulteriore atto di conoscenza, d’amore e d’uso, che riparte dal processo di formazione del paesaggio agrario storico.

L’uso, attraverso attività produttive, non deve essere il limite, ma lo strumento stesso della tutela.

È necessario perciò che i protagonisti della tutela del paesaggio siano coloro che lo costruiscono e lo rigenerano con atti di responsabilità specifici della cultura locale cui appartengono: gli agricoltori, gli allevatori, i pescatori, gli artigiani, ecc.

Queste categorie di abitanti, formate non solo dai “sopravvissuti”, ma anche da coloro che nell’attuale crisi postindustriale, ritornano in campagna, tra cui non di rado “stranieri”, propongono spesso modelli di utilizzo del territorio virtuosi e innovativi.

Questa realtà di piccole imprese deve essere ascoltata in sede di pianificazione urbanistica e territoriale, sostenuta con scelte politiche adeguate, rimarginando quella cesura che altri miraggi produttivi e culturali hanno determinato tra cura e uso del territorio.

Ascoltando queste voci di una Sardegna già possibile si ricaverà una cartografia che ci dirà qualcosa in più sul paesaggio e sulla sua tutela, liberandola dal mortifero abbraccio della musealizzazione a cielo aperto.

 

  1. RIDARE CENTRALITÀ’ TERRITORIALE AI PAESI

Il modello insediativo territoriale e di sviluppo turistico deve tornare a restituire centralità ai paesi, quale luogo dell’abitare e punto di partenza della penetrazione agricola e turistica.

I processi storici di antropizzazione in Sardegna hanno dato luogo a una polarizzazione degli insediamenti creando un paesaggio agricolo in fortissima dialettica con i paesi.

La vita agricola ancora oggi è fortemente caratterizzata da una pendolarità giornaliera di manodopera e mezzi tra paese e campagna.

L’agro è rimasto un altrove magico, un mare interno che ogni giorno viene riabitato.

L’insediamento agricolo in Sardegna è il paese stesso, con pochissime eccezioni. Tradire questa connotazione significa perdere una delle peculiarità identitarie del paesaggio sardo. Preservare la centralità insediativa dei paesi significa rinnovare la magia della scoperta, e dell’esplorazione del territorio, senza appannare l’immaginario della Sardegna e del suo mare interno, apparentemente selvaggio e incontaminato.

Questo modello di antropizzazione, che esclude l’urbanizzazione delle campagne, e che rimette il paese al centro del territorio, può funzionare anche per l’organizzazione dei flussi turistici, attraverso le necessarie infrastrutture che consentano l’ospitalità e la penetrazione sostenibile nel territorio.

 

  1. RIORGANIZZARE E COORDINARE LO SVILUPPO INFRASTRUTTURALE

In un territorio a bassissima densità abitativa come quello sardo, le infrastrutture hanno un rilevante impatto paesaggistico.

È inconcepibile che queste opere non debbano rispondere a nessun’altra logica che a quella ingegneristica o produttiva escludendo la bellezza e la contestualità.

È ancora più inconcepibile che il territorio sia trattato come un supporto da incidere e occupare assecondando, nella migliore delle ipotesi, dei piani settoriali e non secondo una sintesi unitaria strategica che coordini le singole pianificazioni.

Se è vero che il modello economico molecolare è l’unico che sta sopperendo con successo al declino postindustriale, è necessario governarlo con consapevolezza e senza ritardi, lavorando sull’accorciamento delle filiere e sulla grande risorsa che rappresentano i paesi sardi, un capitale maltrattato costellato di eccellenze da valorizzare.

Questa scelta strategica di rafforzamento delle comunità locali, oltre che arginare la metropolizzazione costiera della Sardegna, ha anche delle implicazioni infrastrutturali.

Ribilanciare l’attuale modello gerarchico in favore di un sistema reticolare coordinato di filiere locali fa risparmiare e riduce notevolmente la richiesta di spostamento delle merci (alimenti, rifiuti, forza lavoro, ecc.) e quindi di infrastrutture pesanti in favore di un sistema reticolare più dolce e territorialmente sostenibile.

Gruppo Urbanistica di Sardegna Possibile



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