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Energia? Per Pigliaru vanno bene le scelte di Cappellacci

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Durante la campagna elettorale siamo stati attaccati da più parti perché abbiamo affermato che centrodestra e centrosinistra – a dispetto del gioco delle parti – difendevano in realtà gli stessi interessi, un dato evidente anche al più miope degli analisti, ma che ancora fatica a passare nella mente di elettori abituati da troppo tempo a votare per appartenenze acritiche.

Adesso però stanno arrivando i fatti a dimostrare che purtroppo l’accordo trasversale sulla difesa dei grandi interessi industriali era effettivo e sta già producendo i suoi effetti. È stato lo stesso Pigliaru due giorni fa a gettare la maschera in consiglio regionale, affermando che la proposta di piano energetico del suo governo ripartirà nientemeno che da quello varato in extremis dalla Giunta Cappellacci dieci giorni prima delle elezioni. «Valorizzeremo i risultati di chi ci ha preceduto», ha detto il presidente della regione senza neanche avere la buona grazia di arrossire. E allora vediamoli questi risultati, così magari capiamo cosa ci trova di così valorizzabile Francesco Pigliaru.

Il piano energetico Cappellacci è un piano che non tiene in alcun conto le reali esigenze energetiche della Sardegna. Sebbene i nostri impianti producano infatti già più del 30% dell’energia che ci occorre (dati Terna) e le previsioni future parlino di un ulteriore calo del fabbisogno energetico dovuto alla chiusura dei grandi impianti industriali, il piano di Cappellacci incredibilmente prevede ulteriori incrementi della produzione, orientando di fatto tutta l’isola a diventare il comodo serbatoio energetico di soggetti esterni alla Sardegna. Perchè la giunta Pigliaru dovrebbe valorizzare questa scelta? Appare evidente che esistano patti di continuità energetica (e di stabilità di prezzo dell’energia) tra i soggetti industriali/finanziari/politici che proteggono gli interessi di regioni italiane più energivore: perchè la Sardegna dovrebbe assecondarli col sacrificio del suo territorio? Poiché non risulta che i territori in cui viene prodotta attualmente l’energia sarda siano più ricchi o più sviluppati degli altri – anzi è vero il contrario, da Porto Torres al Sulcis – siamo obbligati a chiedere a Francesco Pigliaru a chi e a cosa dovrebbe servire produrre più energia, a parte garantire i profitti alle aziende private che hanno in coda centinaia di progetti di speculazione sul nostro territorio.

Il piano energetico Cappellacci, al netto della fuffa, punta sui combustibili fossili e sulle rinnovabili più impattanti. Dice chiaramente che servono centrali a carbone, a biomasse, fotovoltaici a suolo, 500 nuovi Mw di eolico e soprattutto impianti geotermici, per i quali sono già state presentate 14 richieste di trivellazione da parte di aziende private. È questo che vuole valorizzare Francesco Pigliaru? Sacrificare territorio fertile nel Medio Campidano, riserve ambientali come il Montiferru, territori già martoriati come Nuraxi Figus o ad alta vocazione agricola pregiata come il Sinis è un elemento del piano energetico del centrodestra che il presidente del centrosinistra ha intenzione di valorizzare? Saremmo curiosi di sapere a chi serve.

Sulla questione del metano cadono gli ultimi dubbi in merito alla convergenza degli interessi tra centrodestra e centrosinistra: il piano energetico Cappellacci sembra scritto dagli ingegneri del centro studi della Saras. Non stupisce che Pigliaru voglia valorizzarlo in questo aspetto, considerato che il nome di Antioco Mario Gregu – ex manager dirigente dello stabilimento di Sarroch – è stato in predicato fino all’ultimo proprio per la nomina ad assessore regionale all’industria della sua giunta. Nè è un caso che Pigliaru in campagna elettorale non abbia mai preso posizione sulle trivellazioni per la ricerca del gas, rifiutando più volte di esprimersi anche sul progetto Eleonora della Saras. Ora i veli sono caduti e dietro affermazioni come “non avere il metano è un costo dell’insularità” si nasconde il chiaro intendo di favorire la produzione estrattiva. Vedremo come, vedremo dove, ma su questa certezza la convergenza di posizioni con Cappellacci è più che evidente: la vecchia politica dipedentista non ha alcun interesse a promuovere soluzioni alternative al gas di sottosuolo.

Il piano energetico Cappellacci ha però un difetto che li supera tutti: è totalmente privo di visione futura. Censisce l’esistente, ne prende atto, ipotizza le variazioni prevedibili allo stato attuale delle cose, ma non programma alcun processo di uscita strutturale dalla dipendenza dalle fonti fossili. Voci come risparmio energetico, efficientamento della rete, autoproduzione, microgenerazione, nuova generazione dell’idroelettrico e produzione da moto ondoso marino compaiono per niente, poco o in maniera marginale nelle 337 pagine del piano. La non sostituibilità delle fonti fossili e la loro maggiore competitività economica sul mercato vi appaiono come convinzioni dogmatiche e orientano tutta l’analisi. Pigliaru evidentemente condivide questo approccio privo di slancio e il PD con lui, visto che Pietro Cocco, capogruppo del Partito Democratico in consiglio, nella stessa seduta di tre giorni fa ha affermato serenamente che il piano energetico di Cappellacci è condivisibile “quasi” in ogni suo punto, esortando il presidente a “proseguire sulla strada tracciata”. Peccato che Pigliaru e il PD in campagna elettorale abbiano chiesto il voto ai sardi proprio con la promessa di interrompere la strada tracciata da Cappellacci. Chi ci aveva creduto ha ora ampi spazi di riflessione, nel frattempo che gli trivellano le campagne vicino a casa.

E’ il domani, bellezza.

p.s.

Le nostre idee sull’energia erano queste. Parecchio diverse da quelle di Cappellacci.

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