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Nei giorni scorsi sulle pagine dell’Unione Sarda è apparso un bell’articolo di Federica Tilocca, segretaria CISL di Oristano, che conteneva molte interessanti riflessioni sul drammatico stato sociale sardo e sul ruolo che le donne stanno giocando nell’attuale crisi.

Ho trovato importante che esprimesse speranza per la consistente presenza di nomi femminili che si prospettano per le prossime elezioni e mi ha colpito in modo particolare la sua convinzione che “ci sia bisogno di ripartire dalla sensibilità femminile per rimettere al centro della discussione la persona e non il denaro, la vita e non l’economia fine a se stessa”. Quello che ho trovato avvilente è la coincidenza beffarda tra l’uscita di questo articolo e il giorno in cui la politica sarda ha definitivamente escluso per le donne la possibilità di essere meglio rappresentate in consiglio regionale alle prossime elezioni. Come ha giustamente commentato Valentina Sanna, questa legge elettorale dimostra che chi ha il potere costruisce regole per garantirsi la conservazione.

Il problema del dislivello di rappresentanza in Sardegna è monumentale. Nei più di sessant’anni di storia della regione autonoma le consigliere sono state appena 37 su 557 eletti, numeri che raccontano una lunghissima storia di marginalizzazione. Eppure ai nostri politici questo dislivello continua a sembrare normale, al punto che la doppia preferenza di genere era già stata esclusa a fine giugno dalla legge elettorale con un vergognoso ma eloquente voto segreto. C’era ancora una piccola possibilità di rettifica, perché la legge era stata rimandata indietro dal governo italiano per alcune eccezioni di costituzionalità. Le persone attente alle questioni di genere avevano riposto qualche speranza nella possibilità di questa modifica, anche perché il PD aveva contribuito a illuderle facendo bellicosi proclami di rivalsa: «La battaglia non è finita, ripresenteremo la proposta alla prima occasione». Ora la prima e unica occasione ci è appena passata davanti, ma purtroppo non abbiamo avuto notizia che nella commissione bipartisan si sia svolta alcuna battaglia per reinserirci la doppia preferenza di genere. La nuova versione porta la firma di dodici persone, di cui una sola donna, e tre membri sono del PD, tra cui Renato Soru.

I problemi sono altri, dirà chi non si è letto i dati di Bankitalia e Confindustria che parlano del 13,6% di PIL perso ogni anno dall’Italia a causa del divario di genere. Io voto la capacità, non il sesso, dirà chi negli ultimi 60 anni di politica sarda è stato educato a pensare che la capacità fosse di sesso maschile. Queste persone forse credono davvero che se oggi in consiglio regionale ci sono solo 7 donne su 80 consiglieri è perché le donne sono dieci volte meno capaci degli uomini a fare politica.

In questo scenario Federica Tilocca si dice contenta che la prospettiva di più candidate donne alla presidenza mostri un’inversione di tendenza. Io sono meno ottimista di lei, perché so che non è necessario essere maschi per applicare il modo maschile, gerarchico e sottrattivo, di gestire le decisioni. Molte volte abbiamo visto il potere maschile servirsi delle donne per darsi una patina di equità, cooptandole a propria scelta e facendole crescere solo se a propria misura, funzionali e organiche agli apparati. Una donna in prima fila fa molto comodo di questi tempi, purchè accetti che dietro di lei si continuino a gestire gli spazi decisionali nel modo di sempre. Le donne che si prestano a questo gioco di specchi non sono portatrici di alcuna novità, ma rafforzano lo status quo e talvolta – Margareth Thatcher insegna – ne assumono deliberatamente il volto più feroce.

La Sardegna ha bisogno di un’altra qualità di presenza femminile nella politica. Ha bisogno di donne che mettano a frutto ovunque, nell’impresa, nella politica e nel sociale, quella acquisita e maggiore capacità di fare rete che è stata il segreto della resistenza delle donne nel passato e sarà quello dell’economia di tutti nel futuro. Le donne in politica non servono per fare più scelte politiche a sostegno delle donne, ma perché l’apporto della loro differenza migliori le politiche per tutti. Questo non significa che le scelte a favore dell’inclusione femminile non siano necessarie, anzi sono all’origine del cambiamento sociale che abbiamo chiamato Sardegna Possibile. Sappiamo bene che occorrono investimenti seri sulla conciliazione famiglia-lavoro, che servono scelte culturali che costruiscano una diversa percezione dei ruoli di genere, che urgono politiche a sostegno dell’accoglienza e protezione delle donne maltrattate e che occorrono progetti specifici che valorizzino la ricchezza della differenza imprenditoriale femminile nel mondo del lavoro. Ma siamo anche consapevoli che non possiamo aspettarci che a fare queste scelte siano gli uomini (e le donne a loro immagine) che hanno ritenuto di non doverle fare fino a ora. Le persone, in politica come nella vita, si giudicano dalle scelte, non dai proclami.

Michela Murgia


 

Questo è l’articolo di Federica Tilocca

Donne ai tempi della crisi.

La crisi che la società europea sta vivendo, nel caso della Sardegna si e’ innestata su una crisi endemica che ha portato l’isola a livelli di povertà e decrescita (per niente felice) pari a quella del dopoguerra. La differenza sostanziale sta nel fatto che il dopo guerra portava in se un senso di rinascita e ricrescita. Il nostro tempo ormai diventato delle “passioni tristi” stenta invece a far intravvedere di fronte a se l’approdo sicuro e l’uscita da una tempesta diventata ormai insostenibile. Non voglio citare numeri e statistiche ormai conosciute da tutti e di cui tutti si riempiono la bocca; dimenticando spesso che dietro quei numeri esistono vite al limite e sotto il livello di sopravvivenza, storie di famiglie ormai disaggregate dalla solitudine umana e culturale che le schiaccia.
Vorrei invece provare a centrare questa riflessione sulle donne al tempo della crisi. Innanzitutto sfatiamo il mito romantico delle donne come l’altra meta’ del cielo. Oggi come non mai il cielo e’ solo uno, e molto spesso le donne, come un moderno Atlante, hanno sulle proprie spalle il compito di reggerlo. Sono loro infatti a gestire nell’ambito familiare la crisi e sono loro le prime a non trovare lavoro; cosi come sono le prime a dover rinunciare ai propri sogni e alle proprie potenzialità per il bene comune. Questo perché, antropologicamente, mentre gli uomini esauriscono il loro compito con la ricerca del lavoro ora come nel passato, le donne devono far andare avanti le famiglie (ormai sempre più allargate a figli, nipoti etc) diventando in pratica la personificazione dell’ammortizzatore sociale. Come se questo non bastasse devono anche adoperarsi per evitare la disgregazione sociale della famiglia; e visto che ci siamo se si inventano anche forme di baratto di marmellate e vestiti ricoprono anche il ruolo di rafforzamento del PIL  familiare. Paradossalmente questo le porta ad essere il soggetto più forte e debole dei nostri tempi. Forte perché il ruolo assegnatole dalla società glielo impone. Debole perché non ci si sta accorgendo di quanto stiano pagando questa situazione economica. E non solo perché sono le prime a dover rinunciare ai propri sogni visto che sono donne la maggioranza delle laureate che difficilmente riusciranno a coltivare il talento per cui tanto hanno studiato. Ma anche perché non ci si può dimenticare che quando un uomo si suicida perché la crisi gli ha distrutto anni di lavoro, nella maggioranza dei casi c ‘ e’ sempre una donna dietro che oltre al dolore si sobbarca anche i problemi di chi non e’ riuscito ad affrontarli e che purtroppo sono rimasti tutti qua.

Sono le donne forti che oggi pagano con la vita la cecità di uomini deboli che scambiano per amore il senso di possesso. Nel primo caso il loro posto si riduce ad una comparsata nell’articolo di cronaca e nel necrologio, nel secondo caso entrano nell’ennesima statistica, quella da alcuni anni più gettonata del femminicidio. Ma in entrambi i casi ci troviamo di fronte ad un uomo debole carnefice e ad una donna forte vittima. Detto questo bisogna pero iniziare a ragionare sul fatto che la complessità del genere femminile può incidere pesantemente su una società mai come in questo caso complessa e confusa. Sono convinta ci sia bisogno di ripartire dalla sensibilità femminile per rimettere al centro delle discussione la persona e non il denaro, la vita e non l’economia fine a se stessa.

Bisogna mettere a fuoco l’economia sociale che permetta a tutti di vivere dignitosamente, ed eliminare le sacche di povertà assoluta . Ma non con la compassione ma con una solidarietà concreta che liberi ognuno di noi dalla schiavitù dell’elemosina, sia essa di cibo, casa, lavoro o permesso di soggiorno. Ripartire dalle donne quindi .

Ecco perché ritengo siano importanti alcuni segnali al femminile che si stanno verificando in Sardegna. Su tre sindacati confederali due sono guidati da donne (Oriana Putzolu della CISL e Francesca Ticca della UIL), ma tante sono le donne nei sindacati territoriali ad avere ruolo. Nel gergo corrente probabilmente questi sono posti da stanza dei bottoni; poiché sono convinta ci sia bisogno anche di dare il giusto valore alle parole, queste donne ( di cui mi onoro di fare parte) non sono “ai posti di comando” , ma laddove si devono elaborare progetti e prendere decisioni.

Ma oltre alle tante donne nel sindacato si profila all’ orizzonte della competizione elettorale per la Regione una forte presenza femminile tra le candidate alla Presidenza. Una ormai certa Michela Murgia, una in attesa delle primarie Francesca Barracciu e si ha come la sensazione che anche qualcun’altra potrebbe uscire (senza grandi sorprese fra l’altro) dal cilindro del Centro Destra. Se cosi dovesse essere ( ma anche se alla fine fosse solo la Murgia candidata alla Presidenza e le altre comunque a posti di rilievo) non si può che chiedere loro di fare una campagna elettorale che metta al centro della discussione le vere priorità della Sardegna. Una campagna elettorale che scardini clientelismi, cattivi costumi, logiche di spartizione. Iniziando per esempio da toni diversi rispetto alle ultime campagne elettorali esasperate e urlate invece che ragionate. Questa è l’ora di passare dalla disgregazione, da una società che butta su se stessa solventi e non collanti, ad un lavoro di progettazione economica, sociale e culturale che tracci la via verso un porto sicuro uscendo cosi dalla bolgia della tempesta.

A tutte le donne chiamate ad esercitare un ruolo, me compresa, chiedo di avere la capacità, pur in un contesto di logiche maschili, di mantenere la propria sensibilità, forza e  peculiarità. Solo cosi si potrà pensare di passare realmente dalla crisi alla rinascita. Leonardo da Vinci diceva che tutto ciò che si può immaginare si può costruire. Io immagino persone capaci di dare ossigeno ad una Regione nel segno delle donne e degli uomini capaci di lavorare per rendere viva e vivibile la Sardegna. Quando Berlusconi venne ad Oristano per la campagna elettorale dell’allora candidata a Sindaco Angela Nonnis, sollevandole il braccio disse” votatela perché è una donna con le palle”. Mi auguro che nessuna di noi debba mai più sentirsi gratificata da un affermazione del genere come dimostrazione delle proprie capacità e della propria preparazione.

Come donne, da donne è questo il tempo delle donne per uscire dalla crisi.

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