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Qualche giorno fa Carlo Petrini ha fatto il suo intervento all’EXPO: “Non possiamo concentrarci solamente sui milioni di turisti che arriveranno a Milano, ma dobbiamo occuparci di quei contadini e allevatori che vivono in sofferenza, del land grabbing che in Africa distrugge le vite di migliaia di contadini scacciandoli dalla loro terra, complici i governi canaglia.” Che bello! Come sempre Carlo Petrini vede oltre. MA.

Ma, perché Slow Food continua a parlare del land grabbing in Africa e non fa mai neanche un vago accenno al land grabbing in Sardegna? Perché SF, non solo non prende posizione, ma continua ad essere sponsorizzata e sostenuta da chi, come Novamont, quel land grabbing lo sta praticando? Perché individua come esempio virtuoso chi, come Mossi & Ghisolfi, si sta preparando a praticarlo? Perché continua a lasciare che l’Università di Scienze Gastronomiche sia fortemente sostenuta da chi vuole trivellare e distruggere l’unico vero distretto agricolo sardo per estrarre (forse) un po’ di gas che servirebbe solo ad alimentare la centrale interna alla raffineria? Possibile che non ci sia nessuna voce, nessuna attenzione, per quello che sta succedendo qui? E non c’è neppure la scusa che nessuno sa niente. Già in occasione del Salone del Gusto 2012 c’era stata una protesta vibrante del comitato No Chimica Verde sulla sponsorizzazione della manifestazione da parte di Novamont, che aveva aperto una discussione interna sul tema e aveva portato alla costituzione di un gruppo che avrebbe dovuto “studiare la situazione”. E in occasione del Salone 2014 il gruppo era stato allargato per capire com’è la situazione nel dettaglio. Eppure la Sardegna si sta avviando a diventare un grande “catalogo internazionale” delle diverse possibilità di praticare il land grabbing, nel totale silenzio di una associazione internazionale, con ampio risalto mediatico, che ha fatto, giustamente, della lotta al land grabbing nei paesi poveri una bandiera. Basta leggere i giornali e fare poche, semplici ricerche su internet, per trovare (cito in ordine sparso e un modo non esaustivo):

– il “Piano Sulcis”, che ipotizza una produzione annua di 80.000 t annue di bioetanolo e una occupazione di cantiere e di 600 unità medie per 2 anni, con una punta di 800 unità. L’investimento è stimato in circa 220 milioni di euro, con un’occupazione diretta e indotta di circa 300 unità.”. Già, ma nessuno dice di quanta terra ci sarà bisogno per arrivare a quelle 80.000 tonnellate l’anno di etanolo. Si preferisce parlare di “una opportunità per la notevole estensione di terre marginali (la canna cresce anche in aree salse o da bonificare)”. In quest’ottica il problema delle terre risulta successivo e secondario, e invece resta il principale: una volta che l’investimento fosse realizzato, sarebbe facile ripercorrere le strade già viste e contrapporre il destino di quei pochi operai a quello dei giovani che volessero tornare alla terra. Sembra che la piantumazione di canne altamente infestanti e facilmente infiammabili, che sfruttano al massimo il terreno (in pratica lo rendono sterile per una qualsiasi successiva riconversione) ed assorbono risorse idriche enormi, sia preferibile alla produzione del carciofo spinoso, l’orticoltura e relativa trasformazione conserviera e la vitivinicola, che danno prodotti di eccellenza e di identificazione del territorio ed hanno conquistato importanti mercati fuori dall’isola ottenendo prestigiosi riconoscimenti di qualità. Come si concilia la produzione di Biofuel con queste attività?

Matrìca, a Porto Torres, con Novamont ed ENI, che prevede la coltivazione di cardi, anche questi su terreni irrigui. Comunque, una tragedia per l’agricoltura e per l’economia sarda. Sempre legato a Matrica, c’è l’accordo con Coldiretti nazionale (non è chiara la posizione di Coldiretti Sardegna): l’accordo, finalizzato alla creazione di filiere agroindustriali innovative delle bioplastiche e dei biolubrificanti a filiera corta, prevede “L’attivazione di una filiera agricola rispettosa del territorio, che valorizzi aree abbandonate non irrigue per alimentare il primo modello di bioraffineria integrata nel territorio, sinergica con la filiera alimentare e rivolta a prodotti ad altovalore aggiunto, capaci di ridurre e sostituire materie prime più impattanti provenienti da lontano”. In particolare l’accordo fa riferimento alla diffusione del cardo tra gli agricoltori della Coldiretti, coltura che dovrebbe, secondi proclami, crescere su terreni aridi e poco adatti a colture tradizionali, non consumando acqua, e che invece, per poter dare produzioni che si avvicinino a quelle dichiarate, devono essere irrigati e concimati e trattari come colture qualsiasi, sottraendo terreno alla produzione di cibo e rovinando il terreno.

In base ai termini dell’accordo: 1. verrà promossa tramite la società Filiera Agricola Italiana (F.A.I), la coltura del cardo in Sardegna e la sua valorizzazione agro ambientale attraverso contratti di filiera che prevedano, tra l’altro, l’anticipo delle spese colturali per i primi due anni e un reddito garantito all’agricoltore; 2. si procederà allo studio e alla realizzazione della gestione degli ammassi del prodotto post-raccolta e dell’utilizzo della rete dei consorzi riuniti in CAI per la vendita dei prodotti derivanti dalla trasformazione industriale; 3. si darà avvio allo sviluppo di progetti di ricerca attraverso il nuovo strumento del PEI (Partenariato europeo innovazione) nello sviluppo rurale in collaborazione con gli stakeholder rilevanti della filiera; 4. verranno sostenute le bioplastiche da filiere integrate con più del 50% di rinnovabilità promuovendo il riuso di shopper biodegradabili nella raccolta differenziata del rifiuto organico, l’uso del compost in agricoltura per contrastare fenomeni di desertificazione e l’utilizzo dei teli per la pacciamatura agricola.

Le speculazioni legate all’energia. Se l’unità di misura fossero i campi da calcio, il nuovo impianto ibrido solare termodinamico previsto nelle campagne poco fuori Oristano, ne misurerebbe circa 82: il progetto della San Quirico Solar Power Srl di Bolzano occuperà 55 ettari di terreni agricoli su cui verrà edificata una centrale di produzione energetica con una capacità di 11 megawatt. Gli impianti che saranno realizzati per la produzione di energia termica, però, sono due. Non solo energia solare, quindi, ma anche un generatore a biomasse che verrà impiegato a supporto del solare quando l’energia prodotta dalle cellule fotovoltaiche non sarà in grado di riscaldare il complesso sistema di produzione energetica.

Come vengono redatti i documenti che accompagnano i progetti. Di quei documenti in cui il suolo viene descritto come degrato e predesertico, in una zona in cui esistono aziende agricole fin dall’800, floride e senza segni di degrado né di origine climatica, né antropica. Non ci “processi degradativi da interrompere”, né da “realizzare percorsi di resilienza” rispetto a condizioni squilibrate, che peraltro non si vede come potrebbe essere realizzate se l’intervento previsto e la ricopertura del terreno con una distesa di specchi solari. Insomma, si vuole contrastare la degradazione del suolo attraverso il cambiamento della destinazione d’uso, da agricola ad industriale. Insomma, viene il dubbio che tecnici compiacenti, o incompetenti, abbiano redatto relazioni “addomesticate” per ottenere più facilmente le autorizzazioni.

E tutte queste belle iniziative sono favorite dall’amato presidente del consiglio, che ha eliminato un sacco di paletti e che difficilmente farà un torto a uno dei suoi più grandi finanziatori. Sul sito www.agricultura.it si può leggere una interessante intervista a Sofia Mannelli, presidente di Chimica Verde Bionet, associazione costituita da Legambiente per promuovere le attività legate, appunto, alla chimica verde. In questa sconcertante intervista la signora Mannelli sostiene, siccome “In Italia, negli ultimi 40 anni, sono andati perduti 50 milioni di ettari di terreno. Sarebbe sbagliato continuare a pensare che le aziende agricole potranno sopravvivere solo in funzione di una produzione destinata al cibo: basti ricordare che su 100 euro incassati per i prodotti agroalimentari solo 1,8 euro torna all’agricoltore. Oggi l’agricoltura deve guardare alla multifunzionalità, e in essa trovano una corretta collocazione anche le colture dedicate alla chimica verde”. Questa affermazione sintetizza il modello a cui ci si riferisce: passare dalla produzione di cibo, ritenuta non più remunerativa, alla produzione di biomasse per la produzione di energia.

slow-food-anna-sulisSembra quasi che in Sardegna, l’agricoltura non possa puntare ad un futuro basato su uno sviluppo sostenibile, moderno, sui prodotti dell’agroalimentare di qualità.

Alla faccia di Milano e del tema dell’EXPO 2015 e dei bei discorsi di Petrini e del Papa! E che dire della sovranità alimentare e della presenza agricola nel nostro territorio? E del monopolio: una cordata delle aziende utilizzatrici dei cardi e delle canne controllerebbe i prezzi della materia prima, con gli effetti da noi già sperimentati con i caseari romani ed il latte portato dai pastori. Prima o poi i coltivatori di canne e cardi sarebbero costretti a vendere le terre.

In tutto questo Slow Food tace. Tace a livello nazionale e tace a livello regionale e di condotte. Una associazione che fa della sovranità alimentare e della denuncia del land grabbing dei cavalli da cavalcare in ogni occasione, non ha niente da dire su ciò che succede nel giardino di casa? E soprattutto continua a prendere soldi da questi che il land grabbing lo stanno praticando?

Sono stata iscritta a Slow Food fin quasi dalle origini. Ho vissuto la fase del piacere e della convivialità (“Buon vino, buon cibo, buoni amici”). Ho vissuto il passaggio alla consapevolezza (“Buono, Pulito, Giusto”). Ho vissuto e abbracciato con entusiasmo il passaggio all’attivismo (diventare “coproduttori”) e all’impegno politico (“Mangiare è un atto agricolo”). Dopo anni di attività in prima linea, con la collaborazione di molte persone che si sono messe in gioco; dopo anni di lavoro, di sacrifici, di impegno di tempo e di risorse anche economiche personali; dopo aver costruito, con fatica e con entusiasmo, una rete di produttori e una base associativa consistente; dopo aver costruito reti tra produttori di regioni diverse; dopo aver imparato e studiato tantissimo; dopo aver conosciuto persone splendide e costruito solide amicizie; dopo aver fatto parte degli organismi dirigenti nazionali; dopo aver creduto nella meravigliosa utopia di Carlo Petrini ed essermi impegnata con tante persone per realizzarla; dopo tutto questo non sono più disponibile ad accettare il silenzio.

Per questo non sono più socia Slow Food.

 

di Anna Sulis

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One Response to "Perché non sono più socia di Slow Food"

  1. Guess who’s the pig | PAPPA E CÁLLIA Posted on 25 marzo 2015 at 11:38

    […] grabbing (or Green Grabbing in this case), just the same kind of phenomenon globally reported and emphasized in the speeches […]

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