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Se l’editoria sarda non è una priorità

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Marina Spinetti

Sono giornate frenetiche, di telefoni roventi per la sistemazione degli ultimi equilibri di partito, per la distribuzione delle ultime briciole di potere: capo di gabinetto, segretario particolare etc.. insomma di definizione dei famigerati staff assessoriali. Gli assetti che emergeranno andranno anche ad intrecciarsi con gli scenari politici delle amministrative. Liberi una casella qui e la occupi lì, l’importante è che ci sia posto per tutti quelli che “contano” (sempre da intendersi in duplice accezione, letterale e traslata) e che nessuno resti a bocca asciutta o il partito si spacca, perché è in questi momenti e per queste cause che si spaccano i partiti, e gli stessi in cui si ricompongono “magiche” unità. È in questi momenti che si sfoderano le vere doti politiche, quelle dei novelli machiavellini con le trame nel sangue, capaci di costruire assetti che accontentino tutti. È in questi momenti che nascono i leader.
Sono giornate frenetiche tra chi gioca a risiko e chi al rosico, ma sono anche le stesse in cui chi fa Politica senza vivere di politica fatica a capire a cosa servano gli staff assessoriali e finanche gli assessorati stessi.
L’occasione a questa riflessione me la fornisce la scelta scriteriata della Giunta Pigliaru, e nonostante la richiesta dell’assessore alla Cultura Claudia Firino, di definanziare la partecipazione della Regione Sardegna alla più importante manifestazione editoriale italiana: il Salone del Libro di Torino. Non era mai successo dal 2001 ad oggi.
Non so se sia stata una folkloristica scelta “sovranista” o piuttosto un adempimento dovuto alle programmazioni di cappellacciana memoria, quella di finanziare, solo 15 giorni fa, per 500.000 euro (più del decuplo di ciò che avrebbe richiesto la partecipazione al Salone) i festival e le manifestazioni autoctone e rifiutare, oggi, un contributo esiguo per una vetrina imperdibile per l’editoria sarda.
E quando parlo di editoria sarda non alludo all’AES, di cui vedo tutte le criticità.
Sembra che si navighi a vista. E non si capisce il ruolo di un assessorato se, come pare, non è quello di programmare le attività e gli investimenti in prospettiva per non trovarsi poi nella condizione di non avere un euro per finanziare l’essenziale.
Sembrerebbe, in virtù delle precedenti recenti delibere che vanno in senso inverso rispetto a quest’ultima, che la Giunta regionale non stia operando in seguito ad una ricognizione complessiva della spesa e che abbia fatto valere delle ragioni di ordine contingente, facendo delle scelte discrezionali più che considerazioni oggettive e comparative.
Sembrerebbe che per la Giunta regionale appena insediata la produzione libraria locale e il suo indotto, la promozione dell’editoria e la difesa delle identità locale non costituiscano dei temi su cui valga la pena soffermarsi a riflettere: i componenti della Giunta avrebbero scoperto che il Salone Internazionale del Libro di Torino è la più importante manifestazione italiana nel campo dell’editoria, la seconda fiera in Europa per numero di espositori e la prima, per numero di visitatori. In un quartiere espositivo di oltre 65.000 metri quadrati si ritrovano ogni anno migliaia di piccole, medie e grandi aziende editrici nazionali e internazionali, per esporre il proprio catalogo, partecipare al ricco calendario di incontri, spettacoli, eventi e convegni, e seguire gli appuntamenti professionali riservati ai soli addetti ai lavori.
Accadde una cosa del genere lo scorso anno, quando non si partecipò al Salone del Gusto a Torino (vetrina imperdibile da 3.500.000 visitatori), ma in contemporanea si spesero cifre spropositate per la sagra del novello a Milis.
Ma era l’ieri di Cappellacci. Oggi è il “domani” di Pigliaru.
Fortunatamente anche quest’anno la Sardegna avrà il suo stand. Non grazie alla Regione, ma alle associazioni culturali e ai pochi editori abbastanza strutturati da poter sostenere da soli l’investimento della propria partecipazione. Sembra insomma che continui ad esserci la solita dicotomia tra chi si occupa della cosa pubblica, a proprie spese e chi occupa la cosa pubblica. A nostre spese.

Marina Spinetti

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